Attacco all’Iran: USA e Israele hanno obbiettivi diversi

Tutto fa pensare che nella vicenda del nucleare iraniano le vie diplomatiche siano finite e che si vada verso un attacco alle strutture nucleari iraniane. Il posizionamento delle truppe israeliane e americane, le dichiarazioni del capo della CIA, Leon Panetta, il movimento di navi verso il Golfo Persico. Le domande da porsi ora sono fondamentalmente due: 1 – cosa succederà dopo? 2 – Quali obbiettivi finali si pongono USA e Israele?

Sul cosa succederà dopo, purtroppo, ci sono pochi dubbi: l’Iran reagirà con ogni mezzo che ha. Probabilmente lancerà missili a lungo raggio su Israele, forse con testate chimiche. Sicuramente userà gli amici di Hezbollah per lanciare attacchi dal sud del Libano. Molto probabilmente ci saranno anche attacchi da parte di Hamas. Sono mesi che l’Iran si prepara a questa evenienza. L’incognita più grossa resta però il ruolo della Siria. Fino ad ora Damasco si è limitata a manovrare le fila da dietro il palcoscenico. Ha contribuito al massiccio riarmo di Hezbollah, ha facilitato i contatti tra Teheran e il gruppo terrorista libanese e si è adoperata per facilitare il passaggio di uomini e mezzi dall’Iran verso il Libano. Tuttavia non ha mai chiuso completamente i ponti con Gerusalemme e in segreto ha continuato a trattare per le Alture del Golan. Molto dipenderà da come uscirà l’Iran dal primo strike, che potrebbe essere devastante. In ogni caso la struttura militare iraniana, seppur di prim’ordine, non è certamente in grado di reggere l’impatto di un attacco multiplo, nonostante le roboanti dichiarazioni del regime. La cosa più probabile è che si concentrerà nel bloccare il traffico petrolifero del Golfo Persico, ma anche questa evenienza è stata studiata molto a fondo, soprattutto dagli americani.

Molti dubbi invece ci sono su quali obbiettivi finali si pongono Israele e Stati Uniti. Gerusalemme sembra molto più concentrata sull’obbiettivo di impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari piuttosto che su un cambio di regime a Teheran. Washington, di contro, sembra molto più interessata a raggiungere questo ultimo obbiettivo, cioè arrivare all’abbattimento del regime degli Ayatollah e all’instaurazione di un sistema democratico in Iran. Le due cose non divergono necessariamente, sono i tempi e le modalità che sono diverse. Mentre per bloccare il programma nucleare iraniano probabilmente saranno sufficienti una decina di raid sugli obbiettivi, per cambiare il regime ci vorrà più tempo e, sicuramente, una strategia che vada oltre il bombardamento delle centrali atomiche iraniane ma che coinvolga la dissidenza interna iraniana, elementi dell’esercito e delle Guardie della Rivoluzione. Probabilmente si dovrà coinvolgere anche qualche Ayatollah riformista. Non è così semplice e la cosa necessita di mesi e mesi di preparazione sotterranea, cosa che al momento non sembra essere stata fatta. E’ pur vero che il capo della CIA, Panetta, ha parlato di un lavoro per “cambiare l’Iran diplomaticamente, culturalmente e politicamente” facendo intendere che la diplomazia USA lavori a questo obbiettivo, ma un conto è farlo prima di un conflitto e una cosa è farlo dopo un attacco militare. Non è dato sapere, chiaramente, se e da quando gli USA lavorino a un cambio di regime a Teheran, ma se dietro le dichiarazioni di Panetta c’è un lavoro sotterraneo, magari iniziato da mesi, per coinvolgere alte personalità del regime contrarie ad Ahmadinejad e alla Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, allora la cosa potrebbe essere fattibile. Ma se si vuole raggiungere un cambio di regime improvvisando con il susseguirsi degli eventi o sperando che a seguito di un attacco militare il popolo iraniano si sollevi, allora la vedo davvero brutta.

Gli USA hanno dimostrato negli ultimi mesi di non capire bene la mentalità iraniana. Non hanno supportato adeguatamente la dissidenza iraniana e, quando lo hanno fatto con dichiarazioni comunque tardive, hanno fatto più danno che bene dando l’impressione di finanziare il Movimento Verde iraniano rendendolo inviso anche a quelli che timidamente lo supportavano. Ahamdinejad sa benissimo che se c’è una cosa che unisce il popolo iraniano è la diffidenza verso gli Stati Uniti. L’odio anti-israeliano, più volte dimostrato dal dittatore persiano, non appartiene invece al popolo iraniano che, anzi, si ritrova con gli israeliani nell’eterno conflitto con gli arabi. Anche l’appoggio dato dagli USA e da diversi Stati Europei al PMOI è un altro fattore estremamente nocivo. Se c’è un movimento che in Iran è odiato da tutti (o quasi) almeno quanto gli Ayatollah, questo è proprio il PMOI. Anche in questo caso, quindi, la strategia americana (ed europea) non è stata certamente delle più felici (per non dire dannosa).

Dando per scontato che Ahmadinejad non rinuncerà mai al programma nucleare e che le trattative di cui parla Panetta altro non sono che fumo negli occhi, l’attacco alle strutture nucleari iraniane è quindi pressoché certo. Quello che non è chiaro è fino dove si vuol arrivare, o meglio, fino dove vuole arrivare Washington visto che per Gerusalemme la priorità è certamente impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e non abbattere il regime . Personalmente penso che tentare di cambiare il regime iraniano con la forza sia un errore madornale. Si rischia di innescare un meccanismo contorto che potrebbe portare addirittura e paradossalmente ad un rafforzamento del regime stesso. Una cosa da evitare a tutti i costi. Si distruggano le centrali nucleari iraniane stando ben attenti a non fare vittime civili e poi si lavori ai fianchi del regime trovando i giusti interlocutori e non si cerchi, come in altre occasioni, di abbattere con la forza il dittatore. Piuttosto si aiuti fattivamente e senza clamori la dissidenza a fare il proprio percorso di democratizzazione. Si potrebbe scoprire che il regime è molto più debole di quanto ci si immagina e la spallata della distruzione del programma nucleare contribuirà a renderlo ancora più fragile. Si facciano le cose con calma e ragionando sulle conseguenze future. Il popolo iraniano è pronto per prendersi la responsabilità di agire da solo, ma non è pronto a essere forzato a farlo.

Franco Londei

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