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Attentati in Europa: non siamo pronti a israelizzarci

Ormai gli attentati in Europa sono diventati quotidiani, anche più di uno al giorno. Ieri sera in Germania si è sfiorata la strage, l’ennesima strage islamica, giusto per chiamare le cose con il loro nome a dispetto di tutti quelli che cercano in tutti i modi di minimizzare in una sorta di strana sindrome di Stoccolma che porta talune persone a simpatizzare con il nemico.

Oggi gli europei vivono la stessa sensazione che Israele vive da oltre 70 anni, quella sensazione di essere accerchiati e di essere diventati un obiettivo. Ma l’Europa non è Israele, non è pronta a vivere la “quotidianità del terrorismo” e quindi a combatterlo con i mezzi adeguati. L’Europa oggi è semplicemente attonita, colpita da coloro che ha accolto, soccorso e sfamato, che ha cercato senza successo di integrare. In Europa non ci sono leggi adeguate a contrastare una ondata di terrorismo islamico continentale che a memoria non ha precedenti. E non sembra che le cose a breve possano migliorare.

Qualcuno nei giorni scorsi ha ventilato l’ipotesi di “israelizzare” la nostra azione anti-terrorismo. Non lo so se sia la soluzione migliore. Francamente la cosa mi lascia parecchio perplesso, non perché il sistema israeliano non funzioni, anzi, funziona benissimo. Piuttosto non credo che gli europei siano pronti a israelizzarsi, a mettere via un briciolo di libertà a favore di una maggiore sicurezza, a passare nei metal detector per entrare nei locali, ad arrivare veramente tre ore prima di prendere un aereo e rinunciare ai check-in online, a blindare tutte le manifestazioni pubbliche e via dicendo. Sarebbe un po’ come entrare in uno stato di guerra che non viviamo più dalla caduta del nazismo. Israele è in guerra, gli israeliani lo sanno e ci convivono, ma noi europei non siamo ancora pronti ad ammettere che anche noi siamo in guerra, anzi, facciamo di tutto per non affrontare il problema finendo persino per peggiorarlo. No, decisamente non siamo pronti per israelizzarci.

Non ancora almeno, perché se continua di questo passo prima o poi anche chi si ostina a non ammettere che l’Europa e la sua cultura sono sotto attacco dovrà cedere all’evidenza. Guardando le file di auto tra la Francia e la Gran Bretagna, code che non vedevamo da anni e formatesi a seguito di un inasprimento dei controlli, la prima cosa che è venuta in mente è stata che si stava assistendo alla fine di Schengen, cioè alla fine di una di quelle cose che ci aveva tanto resi orgogliosi di essere europei, un traguardo che avevamo raggiunto grazie a decenni di pace. Ora quella pace non c’è più e prima lo ammettiamo, prima potremo cominciare a lavorare nuovamente per la pace. Noi europei lo dovremmo sapere bene che la pace non si ottiene rimanendo con le mani in mano, ci sono ancora centinaia di migliaia di persone di quelle generazioni che hanno conosciuto la guerra pronti a ricordarcelo. Eppure continuiamo a minimizzare, continuiamo a negare l’evidenza.

Non puoi vincere una guerra se decidi di non combatterla, questo vale per qualsiasi tipo di guerra, da quella al terrorismo islamico a quella per un metro di terra con il dirimpettaio. Per ora sembra che noi europei si sia deciso di non combattere seriamente la guerra con il terrorismo islamico, forse perché in molti ancora sono convinti che nulla sia cambiato e che nulla debba cambiare. Ecco perché dico che non siamo pronti a israelizzarci, non siamo pronti a lottare per le nostre libertà. Crediamo ancora che nessuno le possa intaccare. Sicuri? Sicuri che sia davvero così?

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  • Non siamo pronti a israelizzarci perché a differenza della società israeliana, coesa, unita e solidale, le nostre società sono lacerate da conflitti interni tra le loro componenti – pensiamo alla cosiddetta “antipolitica”, ai comportamenti della magistratura… Ogni pezzo sembra andare per conto suo.