Belgio: inizia oggi la battaglia finale contro il burqa. Un esempio per l’Europa

Non sono affatto d’accordo con quanto detto da Claudio Cordone, segretario generale provvisorio di Amnesty International, il quale sostiene che “le donne islamiche non devono essere costrette a indossare il burqa ma è sbagliato imporre il divieto per legge”. Peccato che il buon Cordone non ci dica come evitare che alle donne islamiche venga imposto di indossare il burqa.

Per fortuna che come me la pensa il Governo belga che oggi discute, primo in Europa, il disegno di legge che introduce il divieto di indossare il burqa o qualunque indumento che copra il viso in luoghi pubblici. Le intenzioni dei legislatori belgi sono molto nobili e vanno ben oltre le logiche questioni di sicurezza ma mirano direttamente a garantire pari dignità tra uomo e donna anche nel mondo islamico.

L’infelice uscita di Cordone (e quindi di Amnesty) dimostra, nel migliore dei casi, una scarsa conoscenza della condizione femminile nel mondo islamico integralista e, nel peggiore dei casi, una sottovalutazione del fenomeno relativo al progressivo avanzamento dell’integralismo in Europa, un fenomeno che, per esempio, non riguarda i paesi arabi più moderati (Marocco e Tunisia sopra a tutti) dove addirittura l’integralismo vien combattuto e dove sono state introdotte leggi che tutelano la donna. La riforma del Diritto di famiglia in Marocco ne è la prova lampante. Nonostante questo certi “difensori dei Diritti Umani” continuano a essere compiacenti con forme di integralismo che non solo sminuiscono l’essere femminile, ma lo relegano a semplice attore passivo delle decisioni dell’uomo musulmano. Il 99% delle donne che indossano un burqa o un niqab non lo fa per propria scelta come il sig. Cordone vuole farci credere, ma lo fa per imposizione del marito o del padre.

E non c’entra nemmeno il rispetto della religione perché nel Sacro Corano non vi è nessun accenno al fatto che la donna debba essere integralmente coperta. Questa è solo una interpretazione fortemente misogina di alcune frange estremiste legate più che altro all’area wahabita che si manifestano soprattutto in Arabia Saudita, in Pakistan, in Afghanistan e in alcune aree africane. Quando il Wahhabismo ha cercato di espandersi anche in altri Paesi musulmani è stato combattuto con tutte le forze. Questo, purtroppo, non sembra avvenire in Europa dove il falso buonismo che qualcuno chiama “tolleranza” e altri chiamano addirittura “integrazione”, permette al Wahhabismo di prendere sempre più piede. Basta guardare cosa sta avvenendo in Gran Bretagna per rendersene conto.

Io sono musulmana e credo fermamente nella mia religione, ma credo anche che di fronte a Dio tutti gli esseri siano uguali. I miei genitori, che non sono certo rappresentanti del mondo intellettuale islamico ma sono semplici operai, mi hanno sempre insegnato questo. Mio padre si reca ogni venerdì alla mosche da anni ma non mi ha mai costretta a sottostare ad alcuna imposizione. Mia madre non porta nemmeno il hijab e non lo ha mai portato. Io, le mie sorelle e i miei fratelli siamo fortunati, abbiamo potuto studiare in Italia come persone normali, siamo perfettamente integrati pur rimanendo fedeli musulmani. Eppure l’80% dei nostri fratelli musulmani non la pensa così e ci considera “diversi”, ci considera fedeli di serie B. Tutto questo solo perché nella mia famiglia uomini e donne hanno la stessa dignità e gli stessi diritti e doveri. Nemmeno in Marocco avviene più una cosa del genere. Ma in Europa si.

Ecco perché condivido pienamente la decisione presa dal Governo belga e spero che molto presto questa decisione venga seguita da altri Stati, prima di tutti dall’Italia. Lasciare, come vorrebbe Amnesty, che l’integralismo islamico abbia la meglio sui Diritti facendo leva proprio sul “Diritto alla Fede” è l’errore più grande che si possa fare, perché quello che viene chiamato “Diritto alla fede” non c’entra niente con la fede islamica ma è solo una scusa per rimarcare la diversità che c’è tra uomo e donna nell’Islam, una diversità purtroppo ben visibile anche a un profano. Sostenere poi che permettere agli uomini islamici di imporre alle proprie donne di indossare il burqa o il niqab favorisca l’integrazione, è quanto di più assurdo e sbagliato si possa sostenere. E credetemi, non esiste una sola donna musulmana che voglia indossare un burqa di sua volontà.

Plaudiamo quindi la decisione del Governo Belga di trattare questo argomento sperando che molto preso si faccia la stessa cosa in altri paesi europei. Non è una questione di numeri, le donne che indossano il burqa sono poche centinaia, ma è una questione di principio e, soprattutto, di Diritto, il Diritto delle donne islamiche di essere considerate alla pari degli uomini.

Amina A.

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