Berlusconi, la Knesset e l’Iran: i motivi della rabbiosa reazione iraniana

Mehdi Khalaji, esperto di questioni iraniane, parlando di fronte alla commissione degli affari esteri del Senato USA, alla domanda su come gli Stati Uniti potessero aiutare la dissidenza iraniana ha risposto dicendo: “la mia esperienza con gli attivisti politici che sono coinvolti nel movimento verde è che non si aspettano un aiuto diretto da parte degli Stati Uniti o una qualsiasi altra potenza straniera. Ma uno sguardo da vicino alla situazione iraniana rivela che in questo preciso momento storico l’interesse della comunità internazionale e gli interessi dei democratici iraniani sono in confluenza”.

Ecco, vorrei sottolineare due concetti fondamentali espressi da Khalaji. Il primo è che la dissidenza iraniana non solo non si aspetta un aiuto diretto da qualche potenza straniera, ma che addirittura non lo vuole perché potrebbe danneggiarla. Il secondo è quello che Khalaji chiama “confluenza storica” degli interessi della comunità internazionale e del movimento democratico iraniano. Sono due concetti all’apparenza divergenti, forse addirittura opposti, tuttavia delineano benissimo la complessa situazione interna iraniana. Da un lato un appoggio aperto da parte delle potenze occidentali al movimento democratico iraniano aiuterebbe il regime a sostenere la sua tesi del “complotto straniero” danneggiando proprio il movimento riformista e democratico, dall’altro gli interessi della comunità internazionale sono quelli di appoggiare un cambio democratico in Iran per scongiurare un conflitto di portata indefinita ma sicuramente distruttivo. Da qui la “confluenza storica” degli interessi del movimento riformista con quelli della comunità internazionale.

Bisogna ammettere che all’apparenza gli obbiettivi del movimento democratico iraniano e quelli della comunità internazionale non sono per niente confluenti. Infatti i democratici iraniani mirano esclusivamente a ottenere maggiori Diritti Umani, Civili e politici oltre ad una completa integrazione del Paese nella comunità internazionale, mentre quelli del resto del mondo sono che l’Iran non si doti di armi nucleari e che smetta di fomentare il terrorismo. Tuttavia i due obbiettivi, seppur diversi, sono perfettamente complementari.

In questo contesto “storico” si inserisce l’intervento del Premier Italiano, Silvio Berlusconi, alla Knesset, non un intervento diretto a sostenere il movimento democratico iraniano in modo aperto, ma un discorso atto a mettere in evidenza il pericolo rappresentato dal regime iraniano per la comunità internazionale. Il Premier Italiano a posto l’accento sulla equazione composta dal regime iraniano con i pericoli che esso rappresenta per la pace regionale. Un cambio democratico in Iran, sebbene non apertamente ventilato da Berlusconi, non potrebbe che far bene a tutto il Medio Oriente e al resto del mondo.

Non solo, il Premier Italiano ha parlato, non a caso, di mettere al bando i Pasdaran iraniani, cioè il Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche (IRGC). Il IRGC non è solo l’organo che amministra il programma nucleare iraniano ma è anche l’organismo più efficace nelle mani del regime per sopprimere i movimenti democratici e politici che chiedono un cambiamento. La Repubblica Islamica non è altro che un complesso apparato economico-religioso-militare il cui potere è in mano quasi totalmente al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche. Mettere al bando il IRGC significa quindi portare un attacco diretto al regime. Infatti sia Ahmadinejad che la Guida Suprema, Ali Khamenei, sono stati messi in discussione persino dagli apparati clericali. Ambedue hanno perso molto della loro legittimità, politica nel caso di Ahmadinejad e religiosa nel caso di Khamenei. Senza il IRGC non avrebbero alcun potere.

Il discorso di Berlusconi alla Knesset è stato quindi un attacco diretto al regime iraniano (più di quanto si pensi) in un contesto particolare che ne ha amplificato gli effetti. Non per niente quasi tutti i leader mondiali l’hanno tacitamente approvato quando non espressamente apprezzato. E non per niente la reazione del regime è stata “verbalmente” violenta e scomposta. Non c’era mai stato un così aperto attacco al regime da parte di un leader occidentale.

Ora c’è da chiedersi quali effetti avrà questo attacco nel breve e medio periodo. Di certo ora molti Paesi occidentali prendono in considerazione l’ipotesi di sostenere il movimento democratico iraniano. L’Unione Europea dovrà valutare se inserire i Pasdaran nella lista nera delle organizzazioni terroristiche e se c’è la possibilità di bloccare i conti esteri dei leader iraniani. Certamente queste azioni indebolirebbero il regime iraniano più delle ventilate sanzioni che finirebbero, come sempre, per ripercuotersi sulla popolazione finendo, paradossalmente, per rafforzare proprio il regime. L’Iran non ha gradito il discorso di Berlusconi alla Knesset, non solo per quello che ha detto ma per le conseguenze che potrebbero avere sul regime le proposte italiane, finalmente all’altezza di una grande democrazia.

Analisi di Miriam Bolaffi

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