Coltan & “conflict mineral”: lo squallido bluff di Wall Street

Ha destato molta attenzione la decisione dell’amministrazione americana la quale nella riforma di Wall Street ha introdotto un articolo, il 1502, che prevede per i produttori di apparati elettronici quali grandi consumatori di Coltan, l’obbligo della certificazione sulla provenienza del prezioso minerale al fine di evitare che le corporation acquistino i cosiddetti “conflict mineral”, cioè minerali (in questo caso il Coltan) provenienti da aree di conflitto i cui profitti alimentano guerre.

Premesso che l’idea è più che buona e che si tratta del primo vero e concreto tentativo di spezzare il legame tra l’estrazione del Coltan (e di tutti quei minerali preziosi provenienti da aree di conflitto) e il finanziamento dei gruppi ribelli e quindi dei conflitti, premesso che l’intenzione dell’amministrazione americana è più che lodevole, ci sembra però che allo stato attuale questa norma non possa essere messa in pratica in quanto manca completamente la struttura di controllo che dovrebbe certificare che il “conflict mineral” in oggetto non provenga da aree di guerra.

Ci spieghiamo meglio. Assodato che da un prossimo futuro corporation del calibro di Apple, Intel, HP, Dell, Nokya, Sony ecc. ecc. dovranno garantire all’organo di controllo di Wall Street (la SEC) che i minerali usati per produrre gli apparati elettronici non provengano da zone di conflitto e in particolare dall’est della Repubblica Democratica del Congo, non ci sarà nessun organo (come invece avviene per i diamanti) che controlli e certifichi realmente la provenienza del minerale. Insomma, siamo di fronte ad una sorta di autocertificazione che saranno le stesse corporation a redigere. Con tutto il rispetto per il presidente Obama e per le corporation, non è sufficiente. Chiunque può sostenere che il Coltan usato per i dispositivi elettronici prodotti non proviene da aree di conflitto semplicemente perché nessuno può controllare.

Il discorso sarebbe ben diverso se a monte di questa decisione ci fosse stata la stesura di un protocollo di certificazione del Coltan sulla falsariga di quello di Kimberley previsto per i diamanti, il quale prevede un organismo specifico che controlli realmente la provenienza del minerale attraverso una struttura reticolare e articolata.

Secondo Protocollo insieme ad altre organizzazioni ha presentato quasi tre anni fa alle Nazioni Unite un protocollo per la certificazione del Coltan redatto sulla falsariga di quello di Kimberley, protocollo che lo scorso anno sembrava essere stato accettato quando i Ministri delle Miniere di 11 stati africani avevano concordato con l’Unione Africana e la OECD (Organisation for Economic Co-Operation and Development) di applicare un protocollo di controllo per garantire e certificare con assoluta certezza la provenienza del Coltan. Era un primo importante passo avanti verso l’adozione di un vero e proprio “protocollo per la certificazione del Coltan” che non deve essere necessariamente come quello proposto da noi, che chiaramente può essere modificato e migliorato, ma che comunque manteneva inalterato lo spirito di base che era quello di impedire la vendita di minerali provenienti da zone di conflitto i quali finiscono per alimentare le guerre. Quell’accordo doveva essere perfezionato alla successiva conferenza di Kinshasa dove però non si è fatto nulla di concreto.

Cosa succede quindi? Allo stato attuale non esiste una struttura deputata al controllo e che sia in grado di certificare con estrema chiarezza la provenienza del Coltan. In sostanza i produttori possono continuare a comprare il Coltan da aree di conflitto (con immensi guadagni) autocertificando che quel minerale non proviene da quelle zone dalle quali la SEC ne vieta l’acquisto. Fatta la legge, trovato l’inganno.

Ne abbiamo parlato anche su Afriradio (NIGRIZIA) insieme a Fortuna Ekutsu Mambulu dove abbiamo esposto il nostro punto di vista su questa decisione dell’amministrazione americana che, ripetiamo, è degna di lode ma che non risolve affatto il problema.

Il fatto è che non basta una semplice disposizione per risolvere il dramma dei conflitti provocati dal controllo delle miniere del Coltan. Gli interessi a monte sono enormi e le multinazionali non controllano solo i gruppi ribelli che materialmente amministrano le miniere (dove ogni giorno lavorano migliaia di persone letteralmente schiavizzate) dalle quali ottengono il denaro per finanziare i conflitti, ma controllano anche i governi, l’esercito e persino il personale ONU che, come più volte documentato (qui un video esplicativo), sovraintende addirittura al carico del minerale.

Per questo riteniamo che sia assolutamente necessario implementare il “protocollo per la certificazione della provenienza del Coltan” ribadendo che non è necessario approvare quello proposto da Secondo Protocollo ma che almeno la struttura venga rispettata perché quella stessa struttura con i diamanti sta funzionando abbastanza bene. Per arrivare a questo è però necessario che ONU, Unione Africana, Paesi produttori e corporation si mettano d’accordo mettendo da parte i profitti (o accontentandosi di farne di minori) e privilegiando per una volta la vita umana.

Secondo Protocollo

PROTOCOLLO PER LA CERTIFICAZIONE DEL COLTAN

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