Secondo Protocollo

Congo: le solite promesse da mercante dell’ONU

Lo scorso 8 ottobre si è svolto a Kampala, in Uganda, la Conferenza Internazionale sulla Regione dei Grandi Laghi alla quale hanno partecipato diversi capi di Stato e rappresentanti delle istituzioni internazionali. La conferenza ha affrontato i temi salienti riguardanti la sicurezza delle aree calde della regione, in particolare Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo.

Proprio sulla RD Congo si è assistito al solito inqualificabile teatrino in particolare da parte dei rappresentanti delle Nazioni Unite. Il Segretario Generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha inviato un messaggio nel quale si è detto “molto preoccupato per la situazione in RD Congo” ponendo l’accento sulla necessità di fermare il gruppo ribelle M23 responsabile delle ultime violenze e atrocità nella regione di Kivu. Ma oltre a questo non si andati. Per esempio, Uganda e RD Congo a parte, nessuno ha avuto il coraggio di puntare il dito sulle responsabilità oggettive e appurate del Ruanda nel finanziamento, addestramento e armamento dei ribelli del gruppo M23.

A causa degli scontri tra M23 ed esercito congolese, solo negli ultimi mesi si sono avuti nella regione di Kivu oltre 260.000 sfollati che si vanno ad aggiungere alle centinaia di migliaia già presenti per le precedenti crisi. Nonostante in RD Congo sia presente un delle maggiori forze di pace dell’Onu (ex MONUC ora MONUSCO) nessuno è mai intervenuto per fermare le violenze dei ribelli, anzi, il più delle volte i militari Onu sono rimasti nelle caserme mentre appena al di fuori delle loro mura avvenivano fatti atroci e inqualificabili.

Ban Ki-moon nel suo messaggio ai leader regionali ha ribadito la necessità di “coordinare gli sforzi e di dare regole precise di intervento alla MONUSCO” cioè ha ripetuto paro paro le stesse cose che disse esattamente 12 mesi fa nello stesso contesto della Conferenza Internazionale per la Regione dei Grandi Laghi. In 12 mesi l’Onu è riuscito solo a fare un copia-incolla delle dichiarazione dello scorso anno.  E proprio come lo scorso anno il Segretario Generale dell’Onu ha promesso “maggiore attenzione” al problema della regione di Kivu da parte delle Nazioni Unite. Peccato che poi, esattamente come un anno fa, passate le luci della ribalta della Conferenza Internazionale, tutto torni esattamente come prima.

Alla RD Congo non servono più le promesse da mercante dell’Onu, serve una azione internazionale coordinata che metta fine una volta per tutto a un conflitto che, in vari stadi e in vari momenti, ha fatto milioni di morti (si stimano cinque milioni di morti).  Poi ci si decida, come si fece con la Sierra Leone per i diamanti insanguinati, a introdurre regole chiare per il commercio del coltan, la cui estrazione è causa di decine di micro e macro conflitti per il controllo delle miniere (in coda la proposta fatta da Secondo Protocollo alle Nazioni Unite).

Un fatto è certo, il problema della Repubblica Democratica del Congo non può più essere rimandato ulteriormente e non può più essere affrontato in maniera superficiale come è stato fatto fino ad oggi dalle Nazioni Unite. Serve urgentemente una azione internazionale seria e coordinata perché non è più possibile girarsi dall’altra parte di fronte a questo immane sterminio.

Claudia Colombo

[box type=”download”]PROTOCOLLO PER LA CERTIFICAZIONE DEL COLTAN  [wpdm_file id=10][/box]