Difesa dei Diritti Umani: cosa significa per noi e come cambieranno le nostre strategie



I recenti fatti accaduti in Iran, in Birmania e in altri Paesi (gli ultimi accaduti ieri in Venezuela), dicono con chiarezza che le dittature e i governi autoritari non solo non ascoltano gli appelli della comunità internazionale, ma la sfidano apertamente proprio sul tema dei Diritti Umani.

Questo perché, a nostro parere, c’è un concetto distorto della frase “difesa dei Diritti Umani”, laddove per “difesa” si intende qualcosa di assolutamente passivo. Secondo un luogo purtroppo comune chi difende i Diritti Umani deve essere “assolutamente passivo”, non deve cioè interferire con le leggi vigenti in Stati sovrani, non deve fare niente per cambiare lo stato delle cose (il fatto verrebbe visto come interferenza), non deve collaborare con la dissidenza, non deve operare in modo tale da condizionare gli eventi. In pratica, secondo questo luogo comune, chi difende i Diritti Umani deve limitarsi a emettere periodicamente qualche rapporto di condanna (magari meglio se non proprio imparziale), qualche comunicato stampa, al limite (ma proprio al limite) chiedere l’intervento di qualche entità superiore (l’ONU, l’Unione Europea ecc. ecc.).

Noi la vediamo in modo diverso. Noi crediamo che la difesa dei Diritti Umani non debba essere “passiva” ma assolutamente attiva. Le denunce fini a se stesse non servono più a niente. I tempi, da quando Peter Benenson fondò Amnesty International, sono cambiati in peggio. Le dittature, i regimi totalitari e i governi violenti hanno imparato a farsi beffa delle denunce, dei rapporti, delle risoluzioni ONU e di tutto quello che di passivo ruota intorno alla difesa dei Diritti Umani intesa come lo è stata fino ad oggi. Per questo la strategia, almeno secondo noi, va cambiata in maniera radicale.

Immagino che questo farà torcere la bocca a tutti i cosiddetti “puristi dei Diritti Umani”, quelli che è vitato interferire, è vietato intervenire direttamente, è vietato cercare di cambiare le cose attraverso atti concreti, è vietato cercare di deporre un dittatore sanguinario, è vietato parlare male di quello o di quell’altro se la cosa cozza con le proprie ideologie. Ma quali sono i risultati della “difesa passiva dei Diritti Umani”? Pochi, davvero troppo pochi.

Per noi è corretto cercare di deporre un dittatore sanguinario con atti non violenti volti a quello scopo. Se questo vuol dire interferire con la politica di uno Stato, vuol dire che noi interferiamo. Se per fare questo dobbiamo aiutare la dissidenza di quel Paese, lo faremo. Se dobbiamo combattere un gruppo terrorista che minaccia una intera popolazione lo combatteremo con tutti i mezzi e senza farci influenzare dalla politica o, peggio ancora, dalle ideologie.

E proprio l’ideologia purtroppo si è insinuata anche nella difesa dei Diritti. Mentre per noi non c’è alcuna differenza tra un Vittorio Arrigoni che sta a Gaza per aiutare i palestinesi e una Adriana Katz che sta a Sderot e cura i danni psicologici dovuti ai quassam lanciati da Hamas, per molti questa differenza c’è. A seconda dello schieramento ideologico è meglio l’uno o l’altro. Non è giusto, non è nel nostro concetto di difesa dei Diritti Umani. L’ideologia estremista, lo stare da una parte o dall’altra non fa parte del nostro bagaglio ideologico, sia chiaro una volta per tutte. L’unico estremismo che abbiamo noi è quello verso la difesa per i Diritti Umani di tutti, non di una sola parte. Anche questo potrà non star bene a qualcuno, a chi è schierato. Non possiamo farci niente.

Ecco perché da oggi e molto apertamente la nostra strategia cambierà completamente. Se fino ad oggi abbiamo tentato di fare una timida difesa attiva dei Diritti Umani, da questo momento questa sarà la nostra missione prioritaria, il nostro modus operandi. Non attueremo più la solita tecnica di difesa passiva dei Diritti Umani, ma agiremo in tutti i modi per interferire direttamente sugli eventi, dalla difesa dei Diritti delle popolazioni oppresse a quella dei Diritti degli italiani all’estero, fino alla lotta contro ogni forma di oppressione, contro lo stalking sul web, contro la pedofilia e contro ogni violazione dei Diritti Fondamentali.

Verremo tacciati di non conformarci agli standard dei “difensori dei Diritti Umani”, alcune volte (l’uno o l’altro) ci diranno che siamo parziali, altre che non siamo degni di chiamarci “difensori dei Diritti Umani” perché interferiamo. Pazienza, da oggi comunque questa sarà la nostra linea. A noi non interessa l’approvazione di uno o dell’altro, l’unica cosa che ci interessa sono i risultati finali in termini di miglioramento della fruizione del Diritto. Tutto il resto non importa.

Franco Londei

 

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