E se fosse Israele a salvare gli arabi?

C’è qualcuno che si è chiesto perché Iran e Turchia negli ultimi anni (ma in particolare negli ultimi mesi) hanno iniziato a fare a bacini tra di loro? Qualcuno si è chiesto quali sono gli obbiettivi di Teheran e Ankara, i due più grandi Paesi non arabi del Medio Oriente? Nessuno? Beh, allora è il caso di iniziare a porci certi quesiti perché la situazione per gli arabi si sta mettendo davvero male.

Pensate che abbia sbagliato nello scrivere “arabi” al posto di “israeliani”? Nessun errore. Oggi voglio affrontare il problema turco-iraniano visto dalla parte degli arabi e non da quella israeliana. E si….. perché il problema dalla parte araba c’è ed è veramente grosso.

Il conflitto tra arabi e persiani, se escludiamo la Siria per questioni strategiche, c’è sempre stato, non è un mistero. Nei tempi passati Iran e Israele erano addirittura alleati contro gli arabi, anche se non ufficialmente. In molti casi, testimoniati da ambo le parti, i servizi segreti dei due Stati hanno fattivamente collaborato nella lotta al nemico comune, gli arabi appunto. Israele è sempre stata nel mirino dei Paesi arabi per le note vicende relative alla sua nascita e agli schiaffoni dati agli eserciti arabi che avevano tentato di invaderla per cancellarla, mentre con l’Iran il conflitto è sempre stato di ordine religioso e razziale, religioso perché l’Iran è la patria della corrente sciita, notoriamente invisa agli arabi, razziale perché a detta degli arabi i persiani sono un popolo troppo narciso, pieno di se e che si sente superiore a tutti gli altri. E poi c’è il lato economico. I paesi arabi non hanno mai digerito che l’Iran fosse adagiato su uno dei più grandi giacimenti di petrolio al mondo e per questo, attraverso Saddam Hussein, hanno cercato in tutti i modi di conquistare quella terra, non riuscendoci esattamente come avvenuto con Israele.

Durante tutti questi anni gli arabi hanno usato due metodi di pressione ben distinti per mettere in difficoltà Israele e Iran. Per Israele il metodo di pressione era affidato alla questione palestinese mentre per l’Iran la pressione è sempre venuta dall’Iraq di Saddam Hussein e in parte, sull’altro versante, dal Pakistan sunnita e negli ultimi anni da Al Qaeda, notoriamente Wahabita e quindi nemica giurata degli sciiti.

Le cose sono cambiate con l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan. Il favore fatto agli Ayatollah è stato veramente grande perché in un sol colpo sono stati eliminati i due più grandi nemici della teocrazia iraniana. E qui che cambiano le cose e i rapporti di forza, in particolare con l’avvento al potere in Iran di Ahmadinejad il quale da subito inizia a lavorare per trasformare l’Iran nella maggiore potenza regionale del Golfo Persico e del Medio Oriente. Ma per arrivare a questo obbiettivo il dittatore persiano deve prima liberarsi di due ostacoli non da poco: Israele e la Turchia.

Per molti anni Teheran lavora ai fianchi di Israele. Per prima cosa stringe ancora di più l’alleanza con la Siria. Poi, attraverso Hezbollah, mantiene sempre alta la tensione in Libano. Infine, andando contro il proprio credo religioso, inizia a sostenere Hamas, un gruppo sunnita che però in quel contesto fa comodo. La questione turca invece è un tantino più difficile da sistemare. Ankara è alleata militarmente con Israele. E’ un paese che fa parte della NATO e non ha al suo interno pulsioni religiose, ben controllate dall’esercito che garantisce alla Turchia quella laicità voluta da Ataturk. Le cose cambiano radicalmente con l’avvento al potere di Erdogan, un islamista convinto, fautore del ritorno del califfato turco e con legami molto stretti con i Fratelli Musulmani egiziani. Ahmadinejad non si lascia sfuggire l’occasione e con una attenta e graduale politica di avvicinamento, riesce a portare Ankara dalla sua parte. In fondo gli obbiettivi di Ahmadinejad e di Erdogan sono gli stessi: diventare la potenza dominante in Medio Oriente.

La strategia che perseguono i due amici di merende è la stessa che per anni ha fatto da collante al mondo arabo: usare i palestinesi. Naturalmente nulla a che vedere con il benessere di quei poveri palestinesi, non ha mai interessato nessuno e, anche ora, è una questione assolutamente secondaria. No, i palestinesi servono come carne da macello, solo che questa volta l’obbiettivo primario non è solo Israele ma tutto il mondo arabo, l’obbiettivo è l’egemonia in Medio Oriente. Ma i due compagni non possono arrivarci fino a quando ci sarà Israele sul loro cammino. Paradossalmente lo Stato Ebraico non solo è l’ultimo baluardo di libertà lungo il cammino della rivoluzione islamica ma è anche l’ultimo baluardo per i paesi arabi che per tanti anni lo hanno combattuto. Superato questo ostacolo nessuno potrà fermare Iran e Turchia dal soggiogare la Lega Araba, l’Opec e tutte quelle belle sigle che fino ad oggi hanno garantito introiti miliardari agli sceicchi arabi (e anche a parecchie compagnie occidentali).

L’unico Paese arabo che sembra aver capito tutto questo è l’Egitto ma negli ultimi giorni anche Mubarak si è dovuto piegare alle pressioni interne derivate dal tranello della Marmara. Ora Iran e Turchia alzano la posta in gioco e vanno direttamente al punto, vanno allo scontro frontale con Israele promettendo l’invio di altre “flotte umanitarie” scortate però da mezzi da guerra. Non è un caso che la Lega Araba (e persino Hamas) abbia accolto questa notizia con apparente freddezza. Gli arabi iniziano a vedere ben chiaro il pericolo rappresentato per loro dall’alleanza turco-iraniana. Sanno che se Ahmadinejad ed Erdogan dovessero vincere questa battaglia per loro si aprirebbe una fase davvero difficile, una fase dove oltretutto non possono nemmeno contare più di tanto su un aiuto americano visto come si sta comportando Obama.

Alla fine l’unica speranza per gli arabi è che Israele resista, che non ceda alla prova di forza che stanno mettendo in piedi Iran e Turchia. Se ciò non dovesse avvenire le conseguenze per i Paesi Arabi e per l’Europa sarebbero devastanti.

Miriam Bolaffi


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