Secondo Protocollo

Egitto: è scontro tra civiltà e islamismo. L’occidente ha il dovere morale di intervenire

Così come non si doveva sottovalutare la presa di potere dell’estremismo islamico in Egitto, ora sarebbe sbagliato sottovalutare quanto sta avvenendo nella Terra dei Faraoni dove lo scontro non è solo politico ma si sta trasformando in uno scontro tra civiltà e islamismo.

Mohammed Morsi sin dall’inizio aveva le idee chiare: trasformare l’Egitto in un regime islamico dove sarebbero stati i Fratelli Musulmani a dettare legge. Per arrivare a questo ha fatto un percorso a tappe anche se abbastanza veloce. Ha fatto tabula rasa dei nemici, soprattutto quelli che c’erano nell’esercito, ha messo i suoi uomini a capo delle magistratura e alla fine si è attribuito poteri eccezionali, talmente eccezionali che nemmeno Mubarak aveva mai avuto l’ardire di attribuirsi.

In questo frangente di tempo, mentre la comunità internazionale era attenta a non interferire ma guardava principalmente alle mosse della leadership, la manovalanza dei Fratelli Musulmani faceva il lavoro sporco. Intimidiva i cristiani e dava alle fiamme le loro chiese, apriva un canale di comunicazione con i beduini del Sinai per favorire i loro sporchi traffici, trattava con Hamas su come fargli mantenere il controllo su Gaza impedendo la riapertura totale del valico di Rafah in modo da non compromettere il mercato nero gestito dai terroristi (di questo i pacivendoli non ne parlano mai) e mantenere così la gente di Gaza in povertà o comunque sotto controllo. Apriva colloqui diretti con l’Iran tanto che le navi iraniane hanno potuto godere dell’uso del Canale di Suez dopo tanti anni in cui non potevano usarlo. Tutto questo mentre il mondo continuava a considerare il regime islamico di Mohammed Morsi un “governo democratico e moderato” attribuendogli erroneamente il ruolo di “stabilizzatore del Medio Oriente”, ruolo rafforzato dalla ultima guerra di Gaza e dall’azione di moderazione svolta dall’Egitto, un’azione che però aveva alla base proprio il coinvolgimento dell’Egitto nell’organizzazione di quel conflitto.

Ma nonostante tutto questo la comunità internazionale ha continuato imperterrita a vedere nel regime di Mohammed Morsi un elemento di stabilizzazione invece che una vera e propria bomba a orologeria. Ci ha pensato lo stesso Morsi a far scoppiare a bomba quando ha messo in atto la parte finale del suo piano e si è attribuito quei potere speciali che nemmeno Mubarak aveva. E’ stato a qual punto che gli egiziani hanno aperto gli occhi e si sono accorti che i Fratelli Musulmani gli avevano scippato la democrazia che tanto avevano bramato e per la quale avevano lottato (la Fratellanza Musulmana all’inizio delle proteste contro Mubarak non era nemmeno scesa in campo).

E adesso l’Egitto è sull’orlo di una guerra civile. Ma sarebbe un errore considerare lo scontro solo sul piano politico. A scontrarsi in Egitto non sono due fazioni politiche ma due modi diversi di vedere la civiltà e la democrazia. Da un lato l’estremismo islamico dei Fratelli Musulmani e dei salafiti che non ha niente a che vedere con la democrazia e il rispetto del Diritto. Dall’altra un gruppo di realtà laiche, cristiane e musulmane che non vogliono soccombere all’integralismo della Fratellanza Musulmana e del salafismo jihadista.

E’ per questo che l’occidente non può più permettersi il lusso di girarsi dall’altra parte e di continuare a considerare il regime di Morsi come un “elemento stabilizzante” per il Medio Oriente quando in effetti è una vera e propria polveriera. L’occidente e gli Stati Uniti hanno il dovere morale di sostenere i manifestanti che in questi giorni protestano contro Morsi e contro la sua volontà di introdurre la Sharia. In particolare il Presidente americano, Barack Obama, ha il dovere morale e civile di porre rimedio ai suoi errori partendo con l’ammettere che appoggiando Mohammed Morsi ha commesso un errore clamoroso che poi ha portato ad una catena di eventi devastanti per il Medio Oriente e non solo. Solo così si potrà di nuovo parlare di primavera araba invece che di inverno islamista.

1 Comment

Click here to post a comment
  • Mi sembra ormai evidente che agli USA ed agli altri Paesi occidentali la libertà e la democrazia del popolo egiziano non interessa. Agli esponenti ed attori delle caste privilegiate e delle lobby internazionali che detengono il potere economico (in modo diretto) e politico (in modo indiretto, ma comunque efficace) interessa di più avere un interlocutore stabile, affidabile, che assicuri il rispetto degli accordi economici e politici senza troppe interferenze, senza ritardi e, soprattutto, senza ripensamenti che potrebbero derivare da un elettorato che eserciti, di volta in volta, un peso sulle decisioni dei suoi governanti. In questa logica, un Presidente-dittatore supportato da una maggioranza religiosa, di una religione che equipara il disaccordo con il proprio leader ad un atto di grave infedeltà, di tradimento è funzionale allo scopo. Una Costituzione scritta in modo vago, flessibile, soggetta all’interpretazione fornisce al Presidente-dittatore uno strumento ideale con cui allentare o stringere la presa sul popolo a seconda della convenienza del momento. D’altra parte, quale può essere l’alternativa, dal momento che laici e moderati sono frammentati da un pluralismo di vedute che li rende inconcludenti, disorganizzati, privi di un’identità riconoscibile e, in ultima analisi, inaffidabili? D’altra parte, l’Egitto non si presta (ancora) ad un governo di tipo oligarchico e tecnocratico più diretto, come quello attuale in Italia e in altri Paesi occidentali, dove c’è una Democrazia già consolidata e degenerata, dove l’impiego strumentale dei mass-media ha già creato un vuoto culturale e morale che può essere riempito da qualsiasi cosa di cui si possano discutere i pro e i contro. Un lavaggio del cervello così raffinato non si applica ad una Democrazia nascente, meglio ricorrere ad un modello tradizionale, già sperimentato con efficacia, quello di un governo teocratico incarnato da un Presidente-dittatore, reso più moderno dall’impiego di leggi ambigue studiate ad arte, più interpretabili e, all’occorrenza, eludibili da parte di chi le conosce bene e se ne serve. Ma signor Presidente, cosa devono fare, allora, le minoranze laiche e moderate? Semplice, diventare complici del nuovo sistema, imparare a muoversi negli spazi vuoti lasciati dall’ambiguità delle leggi per trarne un proprio vantaggio e aiutare il governo a mantenere tranquilla ed allargare quella maggioranza che ha già scelto volontariamente di vivere come bestiame da allevamento e che è la vera forza produttiva, ubbidiente, silenziosa e a buon mercato del Paese. Avete forse un’idea migliore? Non è forse questa la collocazione naturale della nuova classe media?