Elezioni in Sudan: un lungo tunnel oscuro

A parlare per primo di lungo tunnel oscuro (un collo di bottiglia nel lungo tunnel oscuro) riferendosi alle prossime elezioni in Sudan, è stato Hala Alkarib, sudanese e noto attivista dei Diritti Umani oltre che scrittore di diversi libri sul Sudan e sul Corno d’Africa, ma in questi giorni è la frase ricorrente che si sente pronunciare da tutti gli attori delle prossime elezioni sudanesi che si terranno tra pochi giorni, dall’11 al 13 aprile.

A dire il vero si dovrebbe parlare di “ex attori”, perché la maggioranza dei candidati che si opponevano alla rielezione di al-Bashir, a partire dal più accreditato di tutti, Yasser Arman, capo del Movimento di Liberazione Popolare, si sono ritirati dalla corsa elettorale accusando il Governo sudanese di non fornire le adeguate garanzie in merito allo svolgimento democratico delle elezioni.

Non starò a elencare le motivazioni di questa scelta e quelle del Sudan People Liberation Movement (Splm) che controlla il Sud Sudan perché da sempre sono contrario a questo tipo di elezioni che finiranno, attraverso mezzi illegali (brogli e coercizione), solo per legittimare Bashir e per dargli un’arma in più contro il Tribunale Penale Internazionale (Tpi) che lo ha accusato di crimini di guerra. Vorrei invece analizzare la questione dal punto di vista del Sudan Meridionale e di quello che aspetta questa grande regione da qui al gennaio 2011, momento in cui gli abitanti del Sud Sudan saranno chiamati a scegliere se separarsi o meno dal Sudan attraverso un referendum.

Vorrei partire facendo una premessa che in molti tendono a dimenticare: quando nel 2005 fu firmato a Nairobi il trattato di pace tra Sudan e Sud Sudan che mise fine ad una guerra durata oltre venti anni, tra le tante clausole volute dai negoziatori vi era quella di una progressiva democratizzazione del Sudan che avrebbe dovuto sfociare in libere elezioni nazionali da tenersi nel 2010 e poi nel referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan da tenersi nel 2011. John Garang, leader del Splm, che non era certo uno stupido, disse subito ai negoziatori che firmava quelle condizioni solo perché vi erano comprese quelle che riguardavano l’autodeterminazione del Sud Sudan ma che non credeva minimamente alla democratizzazione del Sudan. In sostanza Garang prevedeva già nel 2005 quello che sarebbe avvenuto nel 2010 cioè che, con le buone o con le cattive, Bashir sarebbe rimasto al potere.

John Garang morì pochi mesi dopo, il 30 luglio 2005, in un misterioso e mai chiarito incidente aereo sulle montagne Didinka, nel Sud Sudan, mentre tornava da un incontro con l’amico e alleato Yoweri Museveni, Presidente dell’Uganda. Tuttavia le sue idee e le sue preoccupazioni furono portate avanti da Salva Kiir Mayardit, ex generale del Sudan People Liberation Army (Spla) e numero due di Garang, che ne prese il posto alla guida del Governo provvisorio del Sudan Meridionale (Goos) e come primo vicepresidente del Sudan.

Questa premessa serve a chiarire i perché delle ultime decisioni prese da Salva Kiir in merito alle elezioni, decisioni che gli hanno fruttato decine di accuse di tradimento da parte delle opposizioni sudanesi le quali sostengono che il Splm non avrebbe adeguatamente “seguito” le elezioni in cambio di un accordo con Bashir che garantisse assoluta libertà per quanto riguarda il referendum per l’autodeterminazione. In effetti Kiir non ha fatto altro che sostenere quello che sosteneva Garang cinque anni fa, cioè che Bashir sarebbe rimasto al potere e che le elezioni nazionali sudanesi, oltre che a essere una sorta di grande inganno, non interessano il Sud Sudan che invece si avvia alla autodeterminazione e considera quindi il referendum del 2011 come una priorità assoluta.

Credere che Bashir possa perdere le elezioni o che accetti delle elezioni democratiche è puro e semplice eufemismo. Questo lo sanno bene tutti quanti all’interno del Sudan e all’esterno (la comunità internazionale), eppure in parecchi hanno contestato le decisioni di Salva Kiir.

Quello che in pochi sembrano aver capito sono fondamentalmente due punti:

  1. Il Sud Sudan durante questi cinque anni di semi-autonomia da Khartoum ha fatto passi da gigante e tornare indietro rinunciando alla autodeterminazione sarebbe pura follia
  2. Kiir porta avanti senza tentennamenti l’idea che era di John Garang che non ammette interferenze sulla autodeterminazione. Tutto il resto, elezioni nazionali comprese, sono un optional.

Questi due punti devono far riflettere per capire fino in fondo le decisioni di Salva Kiir. A questi si aggiunga l’assoluta convinzione che Bashir non lascerà il potere e il gioco è fatto.

Salva Kiir percepisce il pericolo e sta dedicando tutte le sue forze e quelle del Sudan People Liberation Movement per garantire il referendum per l’autodeterminazione. Sa che Bashir non rinuncerà tanto facilmente al Sudan Meridionale e alle sue immense risorse. Sa che ancora la questione di Abyei e dei Monti Nuba è ben lungi dall’essere risolta. Sa che durante questi mesi dovranno essere delimitati i confini del Sudan Meridionale e che si dovrà censire di nuovo la popolazione perché i dati ufficiali diffusi da Khartoum sono volutamente truccati. Come può un uomo che sa tutte queste cose distrarsi con delle elezioni che non interessano la causa alla quale ha dedicato l’intera esistenza?

E qui torniamo a quel lungo tunnel oscuro a cui faceva riferimento Hala Alkarib. Il Sud Sudan è atteso da mesi di durissime prove. La comunità internazionale non si faccia distrarre dalle rassicurazioni di Khartoum. Un promessa di Bashir dura dall’alba al tramonto. Il dittatore sudanese non perderà il Sudan Meridionale senza colpo ferire, farà di tutto per impedire il referendum per l’autodeterminazione, specialmente se, come sarà, risulterà vincitore alle elezioni nazionali.

Ora la comunità internazionale deve assolutamente sostenere il Sud Sudan e il referendum del 2011. Se questo non avverrà Bhasir si sentirà autorizzato a mettere in atto tutte quelle azioni che purtroppo tutti ben conosciamo (vedi Darfur). Il rischio, molto concreto, è quello di un nuovo conflitto tra sud e nord. Non un conflitto a bassa intensità, ma una guerra tra due eserciti molto potenti e ben armati con alle spalle diverse nazioni sponsor (da una parte e dall’altra).

Salva Kiir in questi giorni si sta muovendo molto bene anche se forse dovrebbe avere una miglior comunicazione se non altro per evitare le accuse di tradimento. Kiir fa quello che dovrebbe fare qualsiasi leader della terra, pensa al proprio popolo. Ha rassicurato l’Egitto che era preoccupato di un cambiamento sul trattato riguardante il Nilo e sulla portata di acqua. Ha rassicurato l’Etiopia che non darà asilo ai ribelli eritrei. Ha rassicurato l’Uganda e il Congo sul suo impegno a combattere i ribelli del Lord’s Resistence Army (Lra) e a contrastare il mercato nero di oro, diamanti e coltan. Sul piano interno ha mostrato ai donatori i risultati raggiunti in questi cinque anni nel settore dello sviluppo.

Ma la prossima battaglia che lo attende sarà la più dura, quella della demarcazione dei confini. Khartoum farà qualsiasi cosa per non perdere Abyei e i Monti Nuba, persino finanziare (come ha sempre fatto) Joseph Kony e i suoi sanguinari ribelli dell’Lra. Quello che la comunità internazionale deve evitare e che tutto ciò si trasformi in un lungo tunnel oscuro senza uscita. Da anni noi e altre organizzazioni lanciamo l’allarme e nessuno ha mai fatto niente. Ora siamo alla resa dei conti. Sostenere senza se e senza ma Salva Kiir Mayardit e il Sudan People Liberation Movement è la cosa più intelligente che la comunità internazionale possa fare. Lo farà? Lo sapremo solo nelle prossime settimane.

Franco Londei

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