Tutto come da copione. Così come la Fratellanza Musulmana ha approfittato del momento di grande incertezza per prendere il potere prima in Tunisia e poi in Egitto, altrettanto si appresta a fare in Libia dove oggi 2,7 milioni di elettori sono chiamati al voto.

C’è molto scetticismo intono a questo voto che sotto certi aspetti è storico. Gli osservatori più critici affermano che questo voto porterà alla “transizione della transizione”, cioè che non darà alla Libia un Governo stabile in grado di traghettare il Paese nordafricano verso  una forma di democrazia.

I votanti libici dovranno nominare le 200 persone che andranno a comporre il General National Congress (GNC) che andrà a sostituire il poco utile National Transitional Council (NTC), il consiglio di transizione nazionale che ha governato negli ultimi otto mesi senza però risolvere nessuno dei principali problemi che assillano il Paese dopo la caduta di Gheddafi. Anzi, la Libia si è trasformata in un puzzle di clan su base tribale e/o religiosa che ne sta favorendo la disgregazione più che l’unità. A parte il settore petrolifero, tutto è fermo in Libia. Il Governo ad interim non è riuscito a creare un sistema giudiziario funzionante, non è riuscito a riattivare il settore delle infrastrutture, della sanità, delle costruzioni. Gli investitori internazionali per ora non si fidano della “nuova Libia” e ne stanno alla larga.

E’ quindi in questo contesto che il popolo libico si appresta a votare, un contesto dove non mancano forti tensioni. Ieri un elicottero che trasportava materiali elettorali è stato attaccato a colpi di arma da fuoco vicino Bengasi, e un impiegato della Commissione elettorale che si trovava a bordo è morto. In Cirenaica (Libia orientale) sono in rivolta perché alla loro regione sono stati assegnati solo 60 dei 200 seggi del Congresso. Alla Tripolitania (nord-ovest)sono stati assegnati 100 seggi, 40 al Fezzan (sud).

Oltre cento le formazioni politiche in corsa, per la maggior parte di estrazione islamica. La più forte è quella che fa capo al Partito della Giustizia e della Ricostruzione legato alla Fratellanza Musulmana che già ieri si diceva certo della vittoria. Non mancano formazioni di estrazione laica ma secondo gli esperti hanno ben poche possibilità di prevalere. Gli altri partiti con qualche possibilità di ottenere i seggi sono Al-Watan, guidato dall’ex comandante militare Abdelkhadim Belhaj, e la coalizione liberale creata dall’ex premier del Consiglio Nazionale di Transizione, Mahmoud Jibril.

Molti osservatori internazionali si dicono comunque convinti che il destino della Libia sia stato già scritto sin da quando si diede il via alle operazioni militari contro Gheddafi. Il Presidente americano, Barack Obama, puntò subito sulla Fratellanza Musulmana così come in Tunisia ed Egitto. Oggi quel piano si sta compiendo. E così grazie agli USA i Fratelli Musulmani controlleranno anche la Libia. E se tanto ci da tanto ben presto vedremo che questo sarà anche il destino della Siria. Il “Grande Califfato Islamico” teorizzato dai Fratelli Musulmani e fortemente voluto da Obama si sta realizzando alle porte dell’Europa. Forse sarebbe meglio che a Bruxelles inizino davvero ad aprire gli occhi.

Noemi Cabitza

2 Comments

  1. Ormai non c’e’ più nulla da fare. La nostra democrazia, dalla quale tutti questi paesi islamici pretendono aiuto e comprensione, non ha ancora saputo capire e vedere che mai nessun paese musulmano sara’ libero e democratico. Quella che poteva sembrare una primavera di cambiamenti epocali, si e’ presto rivelata una tragica commedia, buona solo per le fragili e plagiate menti cattoglobalverdicomuniste.
    Non sarà un dito macchiato di blu a dire che in Libia, in Tunisia, in Egitto, e nel prossimo futuro in Siria, c’è e ci sarà la libertà e la democrazia.
    I loro usi e costumi, abbinati ad una religione retrograda e coercitiva, impediranno qualsiasi riforma costituzionale che possa alleviare, anche solo parzialmente, lo spirito di coloro (pochi) che sono riusciti ad affrancarsi dalla visione di un Islam futuro padrone del mondo.

  2. Ormai non c’e’ più nulla da fare. La nostra democrazia, dalla quale tutti questi paesi islamici pretendono aiuto e comprensione, non ha ancora saputo capire e vedere che mai nessun paese musulmano sara’ libero e democratico. Quella che poteva sembrare una primavera di cambiamenti epocali, si e’ presto rivelata una tragica commedia, buona solo per le fragili e plagiate menti cattoglobalverdicomuniste.
    Non sarà un dito macchiato di blu a dire che in Libia, in Tunisia, in Egitto, e nel prossimo futuro in Siria, c’è e ci sarà la libertà e la democrazia.
    I loro usi e costumi, abbinati ad una religione retrograda e coercitiva, impediranno qualsiasi riforma costituzionale che possa alleviare, anche solo parzialmente, lo spirito di coloro (pochi) che sono riusciti ad affrancarsi dalla visione di un Islam futuro padrone del mondo.