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Emergenza immigrazione: il mercato delle vacche grasse

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In questi giorni si torna drammaticamente a parlare di invasione di migranti con le carrette del mare che solcano a ritmo ininterrotto il Mediterraneo e migliaia di migranti che giornalmente arrivano sulle coste italiane. Ma non è tutto come vi raccontano e soprattutto ci sono responsabilità occidentali che non si possono tacere.

Partiamo subito da un punto che credo debba essere chiarito: queste persone sono migranti e non richiedenti asilo. Di aventi il Diritto di richiedere la protezione internazionale ce ne sono appena il 10% che poi, più o meno, è la quota che annualmente viene accetta sulle migliaia di richieste di asilo. Il fatto che chiunque arrivi in Italia chieda la protezione internazionale, cioè l’asilo, è un fatto prettamente tecnico e furbesco che permette a questa gente di guadagnare come minimo un anno e alle organizzazioni che gestiscono il lucroso mercato della accoglienza di avere dei “clienti” fissi per un lungo periodo di tempo.

Il secondo punto che andrebbe chiarito è quello che riguarda il motivo che spinge questa gente, indubbiamente dei disperati, a fuggire dal loro Paese e a rischiare la vita per venire in Europa. Qui il ragionamento è lungo e anche in questo caso si insinua un lucroso mercato che fino a qualche anno fa era appannaggio della cooperazione allo sviluppo e oggi è diventato terreno quasi esclusivo della assistenza e della cosiddetta accoglienza. Ma questo non è avvenuto per caso o per una normale evoluzione della politica estera italiana ed europea, no, questo è avvenuto per una precisa scelta economica a favore dei quell’immenso mondo che è il cosiddetto “terzo settore”, un enorme agglomerato di sigle, associazioni, Onlus e Ong che ha concentrato quasi tutta la sua attività sul mercato della accoglienza lasciando completamente quello più complesso della cooperazione allo sviluppo. Insomma, si è passati da una politica di prevenzione, cooperazione e sviluppo a una permanente politica della emergenza, molto più lucrosa e di più facile implementazione rispetto alla prima. Questo fattore, che ormai dura da anni, ha innescato il quasi totale blocco dello sviluppo nei paesi africani e costretto centinaia di migliaia di disperati a cercare una possibilità di vita da altre parti.

Il fatto assai curioso è che la politica della perenne emergenza che poi si trasforma in politica della accoglienza, ci costa molto di più di una sana politica di cooperazione allo sviluppo. Non solo, costringendo centinaia di migliaia di disperati a cercare altre vie per sopravvivere, mette queste persone nelle mani dei trafficanti di esseri umani e li costringe ad affrontare un lungo e rischiosissimo viaggio verso il miraggio europeo. Insomma, siamo di fronte a una politica (perché di questo si tratta) che capovolge completamente qualsiasi concetto di ragionevolezza. E non lo fa da oggi, lo fa da anni.

Se a tutto questo ci aggiungiamo poi una serie di misure e normative che lanciano messaggi sbagliati a quelle centinaia di migliaia di disperati che sognano l’Europa, la frittata è fatta. Invece di dirgli “vi veniamo ad aiutare a casa vostra” gli diciamo “venite a casa nostra”. Questo va molto oltre il normale a fisiologico flusso migratorio.

La realtà è che dietro a questa emergenza immigrazione, dietro a questo enorme flusso di disperati c’è un enorme mercato delle vacche grasse, enormi interessi che spaziano dal traffico di esseri umani al mercato della accoglienza, un business milionario a cui nessuno è disposto a rinunciarvi.

Ora però siamo a un bivio, o meglio, la politica è a un bivio: può scegliere di continuare su questa strada suicida (ma lucrosa per un sacco di gente) della politica della accoglienza e della perenne emergenza, oppure può tornare velocemente a una politica di cooperazione allo sviluppo ed evitare così che questi disperati se ne vadano dalle loro terre. Vorrà dire che il terzo settore dovrà tornare a fare quello che sarebbe il suo lavoro, cioè portare sviluppo nei paesi sottosviluppati, e non assistere e instradare (ingannandoli) questa povera gente che, detto francamente, non ha grandi speranze che da noi gli vada meglio che a casa loro. Certo, sarà più difficile e meno lucroso, ma così non si può continuare.