Femminismo islamico: non lasciare le donne islamiche da sole a lottare contro l’integralismo

Quando agli inizi degli anni 80 nacque in Marocco la prima forma di femminismo islamico nessuno diede credito alle richieste della sociologa marocchina Fatema Mernissi. Lei chiedeva sostanzialmente un ritorno alle origini del Sacro Corano, quando cioè la donna era considerata alla pari dell’uomo e con gli stessi Diritti. Fatema sosteneva, a ragione, che il Sacro Corano attribuiva alla donna un ruolo di primo piano nella società islamica con Diritti a volte persino superiori a quelli dell’uomo.

E’ la storia a raccontarci questo. Chi non ricorda, per fare un solo esempio, Khadija ad Aisha, mogli del Profeta e donne potentissime e rispettate? Non è il Sacro Corano a essere cambiato nel corso del tempo, ma è la cattiva interpretazione che se ne da ad aver cambiato la storia dell’Islam. Questo sosteneva, inascoltata, Fatema Mernissi agli inizi degli anni 80. Da allora il femminismo islamico ne ha fatta di strada anche se in occidente se ne parla poco. Sono le lotte portate avanti, non senza sacrifici e pericoli, dalle attiviste femministe islamiche che hanno portato alla modifica del codice di famiglia in molti Stati islamici, modifiche che hanno equiparato i Diritti delle donne a quelli degli uomini, che difendono le donne dalla violenza in famiglia e che danno loro dei Diritti sui figli impensabili fino a poco tempo fa.

Certo la strada da percorrere è ancora lunga e tortuosa, ma adesso c’è un movimento internazionale che si muove per cambiare le cose e per riportare l’Islam alla sua vera essenza che non è certo quella dell’estremismo violento o della Jihad, la guerra santa contro gli infedeli frutto di interpretazioni sbagliate della Sacra Scrittura.

Ne abbiamo parlato lo scorso ottobre a Madrid al IV congresso mondiale delle femministe islamiche e ne abbiamo riparlato nei giorni scorsi a Bologna durante una riunione organizzata da Secondo Protocollo alla quale erano presenti anche donne ebree, cristiane e di altre religioni, tutte ragazze impegnate nella difesa dei Diritti Umani e in quella dei Diritti delle donne.

Il tema affrontato in questa riunione era, in particolare, quello del velo islamico in tutte le sue forma, dal burqa allo hijab fino allo chador e se fosse giusto o meno imporre alle donne di portarlo o se fosse altrettanto giusto vietarlo per legge come è stato fatto in Francia e come sta per essere fatto in Belgio. Come in tutte le società libere le opinioni a riguardo sono tante e non sempre concordanti. Stabilito che ogni donna islamica dovrebbe essere libera di decidere se e come portare il velo, lo scontro si è aperto sulla legge francese che proibisce il burqa (ma non gli altri tipi di velo). Secondo molte di noi il burqa è il frutto di una interpretazione del Sacro Corano del tutto errata ed estremistica voluta esclusivamente da un certo tipo di uomini come i Talebani in Afghanistan o come gli arabi più ortodossi dell’Arabia Saudita e di altri Stati del Golfo dove il burqa viene chiamato niqab. Essa tende a dimostrare il possesso del corpo femminile da parte dell’uomo e per questo nessuno lo può osservare tranne l’uomo che “possiede la donna”. E’ chiaro che questo non si può accettare. Tuttavia, come in molte hanno ricordato, ci sono anche donne che accettano volontariamente di indossare il burqa o il niqab. Come fare allora con queste donne? Molte di noi credono che ad esse dovrebbe essere consentito di indossare il burqa, mentre altrettante pensano che non sia possibile che una donna sana di mente decida di sua spontanea volontà di indossare un capo che la copra dalla testa ai piedi per cui tutte le donne che portano il burqa sarebbero di fatto costrette a farlo dai loro uomini. Personalmente tendo a credere a questa ultima ipotesi, ma questo non vuol dire che appoggi pienamente la legge francese e questo almeno per due buoni motivi:

1 – c’è il rischio molto concreto che queste donne siano costrette a vivere da recluse in casa.

2 – non ritengo giusto regolamentare per legge nessuna religione o usanza religiosa.

Il dibattito è stato molto acceso e non privo di momenti di duro scontro anche se sempre nei limiti dell’educazione e del rispetto reciproco. Il quadro che ne è emerso ricorda molto le lotte che fece negli anni 80 Fatema Mernissi, quando cioè ella sosteneva il bisogno e la necessità di sensibilizzare le donne per poter cambiare le regole. Ecco, noi in fondo riteniamo che imporre o vietare un tipo di abbigliamento per legge non sia mai una cosa buona. Pensiamo invece che sia assolutamente necessario riuscire a sensibilizzare queste donne sui loro Diritti in modo che siano loro stesse a cambiare le regole. E’ già successo in Marocco, in Tunisia e in tanti altri Stati arabi. Certo non sarà facile, ma crediamo che sia l’unica vera strada da percorrere.

Sono le donne islamiche che devono diventare la più potente arma contro l’integralismo. Le donne possono cambiare il corso degli eventi chiedendo più Diritti e lottando per ottenerli anche contro le minacce, le percosse e i soprusi. La lotta sarà durissima perché ci dovremo scontare contro il maschilismo radicato e radicale e contro usanze secolari. Dovremo riportare il sacro Corano alle sue origini, quando cioè si parlava di amore e di pacifica convivenza e non di guerra santa e di Diritti violati nel nome di una religione. Ci potremo riuscire solo se non verremo lasciate da sole a combattere e se i non musulmani riusciranno a vincere i loro pregiudizi verso coloro che veramente vogliono vivere in un mondo libero dove ognuno possa professare la religione che crede e dove tutti gli uomini e le donne sono uguali.

Amina A.

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