La visita del Re saudita Abdullah in Libano dei giorni scorsi è l’ennesimo atto di quello che sembra a tutti gli effetti un vero e proprio tour del sovrano saudita per risolvere le divergenze del mondo arabo con il Tribunale Penale Internazionale.

In Libano Re Abdullah ha cercato di trovare un compromesso per la questione dell’omicidio dell’ex premier Rafik Hariri avvenuto per mani ancora sconosciute ma che sono facilmente riconducibili alla Siria e ad Hezbollah. Voci sempre più insistenti parlano di una prossima incriminazione dei vertici di Hezbollah da parte del Tribunale Internazionale speciale istituito proprio per indagare su quest’atto terroristico. Abdullah si è affrettato a garantire l’appoggio dell’Arabia Saudita convinto com’è che una eventuale incriminazione dei vertici di Hezbollah possa far salire la tensione alle stelle in Libano. Insomma cerca un compromesso con il Tribunale Penale Internazionale per non far degenerare la situazione libanese.

La stessa linea la sta seguendo con il Presidente sudanese, Omar Al Bashir. Anche in quel caso l’Arabia Saudita sostiene che un processo per crimini contro l’umanità ai danni di Bashir non farà altro che peggiorare la situazione in Sudan e allontanare la pace.

A ben pensarci la cosa potrebbe avere anche un senso. La storia è piena di compromessi sacrificati sull’altare della pace e se il risultato finale fosse veramente la pace certamente il compromesso sarebbe quanto meno più digeribile anche se è difficile pensare a un “perdono tattico” per Bashir. Il problema nasce quando un eventuale compromesso non porta alla pace.

In Sudan Bashir continua imperterrito a massacrare le popolazioni Fur e Zagawa nonostante le tante promesse fatte proprio alla Lega Araba di cui Re Abdullah è certamente il rappresentante più importante. In Libano Hezbollah continua ad armarsi e a organizzare una guerra contro Israele, nonostante la presenza di una forza ONU (UNIFIL) e nonostante sostenga che le armi servono per la difesa, cosa a cui non crede più nessuno. Allora a cosa può servire un “compromesso arabo” con il Tribunale Penale Internazionale quando l’obbiettivo finale – la pace – non può essere raggiunto?

Se i puristi della pace a tutti i costi sostengono che è meglio un assassino libero piuttosto che la continuazione di una guerra, pensiero che comunque non condivido almeno per Bashir, come possono giustificare – come molti stanno facendo – un compromesso con Hezbollah sull’assassinio di Hariri? Un accordo in tal senso non farebbe altro che rafforzare Hezbollah e indebolire il Governo libanese. La cosa non è giustificata nemmeno dalla presunta pretesa di allontanare il gruppo terrorista sciita dall’orbita iraniana e di avvicinarlo al quella araba. E’ un tentativo che è stato già fatto in passato ottenendo zero risultati, anzi, ottenendo l’effetto opposto se si considera che la Siria, paese arabo e non sciita, si è avvicinata pericolosamente a Teheran.

E’ comprensibile il tentativo – supportato anche da diversi paesi occidentali – di Re Abdullah di riprendersi il ruolo di leader dei paesi arabi, ruolo fortemente minato proprio da Teheran che pure di arabo non ha niente, ma se questo deve avvenire a discapito del Tribunale Penale Internazionale e della sovranità del Libano sarebbe consigliabile per gli “sponsor” dell’Arabia Saudita fare quantomeno un paio di calcoli. Ne vale davvero la Pena? Il risultato finale sarà la pace? Ne dubito fortemente. Gli arabi sono storicamente dei grandi negoziatori (oltre che formidabili mentitori) ma questa volta stanno prendendo la strada sbagliata. Non c’è niente da negoziare in Sudan e in Libano, non ci sono compromessi da raggiungere. L’unica cosa da fare è arrivare alla verità in Libano e all’arresto di Bashir in Sudan. Tutto il resto è solo fumo negli occhi.

Marta Baldelli

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