I danni della Chiesa Cattolica in Africa (parte prima)

Leggendo l’editoriale scritto da Joaquin Navarro-Valls su La Repubblica di ieri non si può fare a meno di concordare con lui sul fatto che nel Corno d’Africa sia in atto una vera e propria “strage di innocenti” e che il mondo, crisi economica o meno, sia chiamato a fare qualcosa.

Tuttavia dall’articolo scritto dall’ex Direttore della Sala Stampa Vaticana traspare in tutta la sua dirompente fragilità la mentalità applicata dalla Chiesa Cattolica in Africa negli ultimi decenni, quella mentalità basata esclusivamente sull’assistenzialismo e sulle immagini di dolore da diffondere ai fedeli per dimostrare come in Africa vi sia una povertà estrema che può essere combattuta solo con l’aiuto umanitario. Fin qui non ci sarebbe problema, tutte le calamità che colpiscono grandi masse di persone devono essere contrastate con l’aiuto umanitario d’emergenza, purché l’aiuto rimanga appunto di emergenza. Quando l’aiuto viene portato oltre l’emergenza diventa assistenzialismo. Ebbene, la Chiesa Cattolica ha fatto e sta facendo dell’assistenzialismo in Africa la sua unica azione di contrasto alla povertà applicando su larga scala quella che personalmente chiamo la “teologia del container”, cioè l’assistenza usata come mezzo per fare proseliti. Un sistema che, oltretutto, negli ultimi anni in Africa viene usato a man bassa e con estremo profitto anche dai “missionari musulmani”.

Molte delle crisi umanitarie in Africa e l’estremo grado di povertà che si registra in moltissime aree del Continente Nero sono il frutto di una politica basata esclusivamente sull’assistenzialismo e non sullo sviluppo, qualcosa cioè che porti i popoli africani fuori dalla palude dell’arretratezza.

Sono anni che se ne discute, eppure la Chiesa Cattolica con il suo “braccio armato” formato dai missionari e dalle Ong ad essa ricollegabili, continua imperterrita ad applicare la “teologia del container” affrontando, questo è vero, le conseguenze delle crisi che ciclicamente si abbattono su certe regioni africane, ma evitando allo stesso tempo di combatterne le cause. E’ una teoria assolutamente sbagliata che, certo, porta alla popolazione un attimo di sollievo ma che non risolve il problema alla radice, anzi, lo peggiora in quanto rende quelle stesse popolazioni unicamente dipendenti dagli aiuti umanitari. Per dirla come un vecchio missionario comboniano che tuttora opera in Uganda (una delle rare eccezioni alla teologia del container e per questo pure inviso alle alte gerarchie clericali), “gli si da il grano ma non gli si impara a seminarlo”.

L’intransigenza dimostrata su questo e su altri punti dalla Chiesa Cattolica ha spesso reso vani lodevoli tentativi di implementare programmi di sviluppo strutturati e a lungo periodo, programmi che nel volgere di pochi anni avrebbero portato immensi benefici alla popolazione locale. Ma questo vorrebbe dire, soprattutto per i missionari, rendere la gente africana libera dal giogo degli aiuti umanitari, cioè la svincolerebbe da quella teologia del container che da decenni viene applicata come unica forma di aiuto. Quanti di voi, andando in parrocchia o in una chiesa, nel vedere le fecce tristi dei bambini africani non si sono fatti impietosire e non hanno tirato fuori il portafoglio per dare magari pochi euro per quei poveri bambini africani? Sappiate che avete fatto il loro male, che avete contribuito a far si che quel bambino non impari mai a seminare il grano.

Ecco, anche nel caso della immensa crisi umanitaria che sta colpendo il Corno d’Africa, l’articolo di Navarro-Valls invita giustamente i governi mondiali a intervenire, ma solo sottoforma di assistenzialismo senza affrontare il problema alla radice. Insomma, si continua ad affrontare le conseguenze e non le ragioni di questo flagello. E così tra due anni, una volta risolta questa grave crisi umanitaria, ci si ritroverà punto e a capo con una nuova crisi, altre immagini di bambini sofferenti da distribuire nelle chiese, altra gente che dipenderà unicamente dagli aiuti umanitari e così via. Mi si dirà che le ragioni della crisi nel Corno d’Africa sono altre e più complesse e che non dipendono certo dalla Chiesa Cattolica. Vero, ne abbiamo parlato qui, ma è anche vero con questa mentalità non si arriverà mai da nessuna parte e che fino a quando gente del calibro di Joaquin Navarro-Valls e giornali del calibro di Repubblica sosterranno la “teologia del container”, la gente comune non capirà mai perché da decenni si continua a mandare aiuti umanitari all’Africa senza che gli africani riescano in qualche modo ad uscire dalla condizione di povertà.

Nelle prossime puntate parleremo del rifiuto criminale della Chiesa Cattolica del preservativo come strumento di prevenzione della diffusione del HIV e di come alcuni missionari abbiano creato veri e propri feudi di tipo medioevale in alcune regioni africane. Infine parleremo di cosa si possa veramente fare per aiutare le popolazioni africane ad uscire dallo stato di povertà in cui versano.

Franco Londei

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