Il fallimento di internet nelle “primavere arabe”

Da giovedì prossimo a Trento si discuterà di “internet e Diritti” e della proposta avanzata dalla rivista Wired di inserire nella Costituzione il “Diritto di accesso a internet per tutti” con l’istituzione di una sorta di “Art.21 bis”, proposta questa ripresa da più parti anche oltre i confini italiani. La discussione avverrà nel contesto del “Internet governance forum”.

Lo spunto di parlare di “Diritto di accesso alla rete” quest’anno arriva sopratutto dai fatti avvenuti in Nord Africa e in particolare in quelle che da più parti sono state ribattezzate “primavere arabe”, partite proprio attraverso la rete che è stata usata inizialmente come un vero e proprio palcoscenico globale per la richiesta di maggiori Diritti Umani. Proprio ieri un editoriale di Stefano Rodotà apparso su Repubblica ne magnificava i risultati. Peccato che non sia proprio così.

Nelle “primavere arabe” se internet all’inizio ha contribuito certamente a diffondere il verbo del Diritto e a radunare migliaia di giovani nelle piazze arabe, di seguito la rete non è stata in grado di portare avanti quella richiesta di cambiamento radicale che chiedeva all’inizio, anzi, in alcuni casi (come in Siria e ancora prima in Iran) la stessa rete è diventata una trappola mortale proprio per gli oppositori che beneficiavano di questo grande mezzo di comunicazione globale. E’ infatti attraverso il monitoraggio della rete effettuato con software di compiacenti e criminali aziende occidentali che i regimi totalitari sono riusciti e riescono a individuare gli oppositori. Ma a parte questo, di cui abbiamo già discusso e ne discuteremo, quello che è venuto a mancare ai movimenti che giustamente chiedevano più Diritti anche e soprattutto attraverso la rete è la continuazione del lavoro iniziato al principio, cioè la rete a un certo punto si è adagiata sugli allori, ha smesso di chiamare in piazza i giovani per chiedere più Diritti e ha lasciato spazio a coloro, come gli islamisti, che hanno saputo approfittare del sommovimento provocato proprio dalla rete. Basti guardare all’Egitto, dove un regime è stato sostituito con un altro regime (militare) e dove gli unici ad averci guadagnato dalle rivolte di piazza sono stati i “Fratelli Musulmani”. Basti guardare al decisivo passo indietro della Tunisia del dopo Ben Alì dove le elezioni sono state vinte da un movimento islamico. E se si guarda ai primi passi del Governo provvisorio libico si vedrà che anche in qual caso si va verso un sistema fortemente indirizzato all’Islam radicale. In tutto questo quelle legittime richieste di maggiori Diritti avanzate attraverso la rete nei primi giorni delle rivolte che tanto avevano contribuito a far scendere in piazza i giovani arabi, si sono perse e mai ritrovate.

Quello che potenzialmente doveva essere un trionfo di internet e dei Diritti propagandati attraverso la rete, è diventato una sconfitta sonora proprio per la rete perché ha contribuito a mandare al potere l’islam integralista che con le parole Diritti e Democrazia non ha niente a che vedere. Ecco perché prendere ad esempio le primavere arabe per magnificare le potenzialità di internet non è certo il migliore degli esempi.

Certo, va detto che all’inizio la chiamata arrivata attraverso la rete ai giovani vogliosi di Diritti è stata devastante, ma si è fermata a quel punto. Su questo occorre seriamente ragionare, cioè sulle potenzialità infinite della rete ma anche sulle sue grandissime lacune e i suoi pericoli. Ecco, mi piacerebbe che i partecipanti al Internet Governance Forum di giovedì prossimo ragionassero seriamente anche di questo. Poi sul fatto di inserire il Diritto di accesso a internet in Costituzione credo che ci sia il pieno consenso di tutti, ma di questo ne discuteremo dopo giovedì.

Bianca B.

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