Secondo Protocollo

Il Medio Oriente islamico sognato da Barack Obama

Non è facile fare un’analisi sulla strategia del Presidente americano, Barack Obama, in Medio Oriente. All’apparenza sembra la strategia di un incompetente, di qualcuno che non conosce bene la realtà medio-orientale e va avanti a tentoni. In realtà temo che Obama abbia una strategia molto chiara, partita da lontano ed esposta sin dai primi momenti del suo mandato quando al Cairo pronunciò il suo famosissimo “discorso all’Islam”.

Quello che all’apparenza sembrava “solo” un’apertura americana all’islam dopo gli anni conflittuali di Bush, in realtà era un vero documento programmatico portato avanti con certosina precisione in questi anni da Barack Obama e dal suo staff, un programma che per essere implementato aveva bisogno di un “agnello sacrificale” di un certo peso: Israele.

E credo sia superfluo ricordare che da subito Barack Obama ha puntato tutto sulla Fratellanza Musulmana e sul suo immenso peso nell’Islam sunnita arrivando persino a fare grandi pressioni sull’allora Presidente egiziano, Hosni Mubarak, affinché una decina di importanti personaggi dei Fratelli Musulmani fossero presenti al suo discorso, cosa non facile in quanto la Fratellanza Musulmana era invisa e perseguitata da Mubarak.

A tre anni di distanza da quel famoso discorso all’Islam, la Fratellanza musulmana controlla inaspettatamente almeno due Paesi (la Tunisia attraverso il partito Nahda e l’Egitto direttamente), si appresta con varie manovre a controllare la Libia e non è escluso che possa entrare dalla porta di servizio in Siria. Ho detto, forse usando un termine improprio, che i Fratelli Musulmani controllano “inaspettatamente” questi Paesi, perché in realtà bastava essere più attenti alla politica di Barack Obama per capire che sin dall’inizio era questo l’obbiettivo che il Presidente americano si era posto. A ben vedere non c’è niente quindi di inaspettato se non che ancora il “programma” è in ritardo in Libia e in Siria.

Quella che noi erroneamente avevamo definito “la resa di Obama ai Fratelli Musulmani” in occasione della visita di alcuni alti esponenti della Fratellanza Musulmana alla Casa Bianca, era in effetti solo l’atto conclusivo di una strategia durata tre anni volto a decidere quale fosse il “colpo finale” da assestare al Medio Oriente.

Resta però un problema irrisolto che sta angustiando Barack Obama, una promessa non mantenuta ai Fratelli Musulmani: Israele.  Lo Stato Ebraico è poco propenso ad inchinarsi alla politica islamista di Barack Obama e dei suoi soci della Fratellanza Musulmana. Obama ha cercato in varie occasioni di “rompere” con Israele, a partire da quella volta che ha dichiarato che lo Stato Ebraico avrebbe dovuto ritirarsi entro i confini del 67. Ma ogni volta è stato costretto a fare marcia indietro a causa delle fortissime pressioni interne. Ora ci riproverà quasi certamente appoggiando le rivendicazioni dei Fratelli Musulmani sul rispetto degli accordi di Camp David che portarono la pace tra Israele ed Egitto e che prevedevano, tra le altre cose, alcune condizioni sul rapporto tra Israele e i palestinesi che, a detta dei Fratelli Musulmani, Israele non avrebbe rispettato. Se tanto ci da tanto è prevedibile che Barack Obama si schiererà dalla parte dei Fratelli Musulmani e cercherà di imporre la sua politica a Israele allo scopo di indebolirlo. Perché è questo lo scopo finale di Barack Obama: indebolire Israele, ridimensionare il suo peso in Medio Oriente a favore di un Islam che lui (e solo lui) definisce “moderato”.  Secondo Ahmed Aboul Gheit, ex Ministro degli Esteri egiziano, era questa la promessa fatta da Obama al mondo islamico.

Non voglio speculare sul fatto che a detta di molti Barack Obama sarebbe in effetti di fede islamica, fede opportunamente celata agli elettori americani. Ognuno è libero di professare la fede che ritiene più opportuna anche se un briciolo di sincerità verso l’elettorato americano ci vorrebbe. Quello che non mi va giù è che l’America si sia trasformata in cavallo di Troia per l’Islam integralista in Medio Oriente e che la politica di Barack Obama si sia concentrata sin dall’inizio proprio su questo obbiettivo: far espandere a dismisura il potere della Fratellanza Musulmana, con tutte le conseguenze che ne derivano. In quest’ottica rientra indirettamente anche l’avversione dell’Amministrazione USA ad un eventuale attacco israeliano alle centrali nucleari iraniane. Se ciò avvenisse gli USA non ne potrebbero star fuori con il rischio di vanificare tutti gli sforzi obamiani nella direzione islamica.

Un fatto è certo, Barack Obama ha scelto sin dall’inizio di schierarsi con l’Islam Integralista dei Fratelli Musulmani ed è una scelta di campo che automaticamente allontana gli USA da Israele e dal mondo libero, una scelta ormai irreversibile (almeno per Obama) che ha già fatto danni a non finire.

Franco Londei

2 Comments

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  • l’analisi di Londei mi sembra sostanzialmente correta.
    Al dilà dell’enfasi un po’ ideologica credo che il calcolo di Obama, che tutto è fuorchè un ingenuo, gli ingenui non diventano presidenti delle superpotenze perchè si trovano a passare per caso, è stato probabilmente quello. Il medio oriente è una polverira, gli Usa hanno un bisogno assoluto di garantirsi l’appoggio dei paesi esportatori di greggio e di un’area strategica milirarmente.
    Il metodo Bush non ha funzionato, con la guerra gli interessi degli Usa in medio oriente non solo non sono stati rafforzati ma sono stati duramente colpiti. L’iraq non solo non è un amico e alleato degli Usa ora, ma è un satellite iraniano, gli usa sono molto più odiati di prima. Dunque Obama ha pensato: se non puoi batterlo fattelo amico. ha aiutato i fratelli musulmani per garantirsi degli alleati che, a differenza dei vari tirannelli, fossero stabili e forti.
    Il problema è che questa politica è in realtà favorevole agli interessi Usa, che non possono permettersi di essere estromessi dal medio oriente e non hanno più la forza per restarvi di imperio.
    in sostanza per la prima volta gli interessi strategici di Usa e Israele non coincidono ma sono opposti, non credo sia questione di ideologia o di religione, ma di puri e semplici interessi nazionali.

  • l’analisi di Londei mi sembra sostanzialmente correta.
    Al dilà dell’enfasi un po’ ideologica credo che il calcolo di Obama, che tutto è fuorchè un ingenuo, gli ingenui non diventano presidenti delle superpotenze perchè si trovano a passare per caso, è stato probabilmente quello. Il medio oriente è una polverira, gli Usa hanno un bisogno assoluto di garantirsi l’appoggio dei paesi esportatori di greggio e di un’area strategica milirarmente.
    Il metodo Bush non ha funzionato, con la guerra gli interessi degli Usa in medio oriente non solo non sono stati rafforzati ma sono stati duramente colpiti. L’iraq non solo non è un amico e alleato degli Usa ora, ma è un satellite iraniano, gli usa sono molto più odiati di prima. Dunque Obama ha pensato: se non puoi batterlo fattelo amico. ha aiutato i fratelli musulmani per garantirsi degli alleati che, a differenza dei vari tirannelli, fossero stabili e forti.
    Il problema è che questa politica è in realtà favorevole agli interessi Usa, che non possono permettersi di essere estromessi dal medio oriente e non hanno più la forza per restarvi di imperio.
    in sostanza per la prima volta gli interessi strategici di Usa e Israele non coincidono ma sono opposti, non credo sia questione di ideologia o di religione, ma di puri e semplici interessi nazionali.