Il quarto Reich turco-iraniano: obbiettivo distruggere Israele, altro che aiuti a Gaza

Devo ammettere che in questa organizzazione siamo un po’ tutti preoccupati per il futuro di Israele. L’opinione comune è che si stia lavorando per trascinare la piccola democrazia ebraica in una guerra ad ampio raggio che coinvolga più Stati. L’attacco mediatico con relativi atti di puro antisemitismo che sta subendo Israele negli ultimi mesi sono solo l’arma di sfondamento di un piano studiato nei minimi dettagli da menti raffinate e senza scrupoli.

Parliamoci chiaro, la questione di Gaza è solo una scusa, un pretesto per innalzare la tensione e per mettere sotto accusa Israele, accuse che per altro non tengono sotto nessun profilo. Da anni si parla di “crisi umanitaria” a Gaza ma si evita accuratamente di individuare i responsabili di questa crisi che poi, andando a ben vedere, nemmeno esiste. E’ paradossale che si continui ad accusare Gerusalemme e si sorvoli sulle responsabilità di un gruppo armato e giudicato terrorista, qual’è Hamas, che da oltre quattro anni tiene letteralmente in ostaggio 1,5 milioni di persone. L’uso strumentale a fini politici o per mero interesse della presunta sofferenza di quel milione e mezzo di persone che viene fatto dai supposti “pacifisti” o “attivisti” che dir si voglia, è uno dei capitoli più vergognosi della storia dell’intervento umanitario. Lo stravolgimento dei fatti perpetrato in maniera capillare e l’uso sistematico dell’intervento umanitario come arma politica e di offesa è quanto di più subdolo si sia mai visto negli ultimi sessant’anni.

Il bello è che la cosa, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, invece che placarsi, sbugiardata dai fatti, si intensifica e diventa provocazione militare vera e propria. Le navi che stanno convergendo su Gaza, nascoste da quella cortina fumogena che si chiama “intervento umanitario”, nascondono scopi e obbiettivi che nulla hanno a che vedere con l’umanità o con l’aiuto a popolazioni in difficoltà. La provocazione è evidente nonostante ancora in molti si ostinino a non volerla vedere. L’unica cosa che forse ancora è fumosa, sono gli obbiettivi finali, il fine ultimo di tutta questa complessa e costosa operazione. Di certo la situazione palestinese non c’entra niente. Dei palestinesi non frega niente a nessuno, tanto meno a turchi e persiani che sotto l’aspetto della repressione di popoli non hanno niente da imparare da nessuno, anzi, possono far scuola. Allora, dando per scontato che quando si attua una provocazione lo si faccia per raggiungere uno scopo, qual’è l’obbiettivo di questa orda di selvaggi che si sta avvicinando alle coste di Gaza?

Di certo l’obbiettivo ultimo non è solo quello di dipingere Israele, agli occhi del mondo, come un Paese repressivo, questo è solo una tappa del percorso, la prima tappa. Dipingere il nemico nel peggiore dei modi possibile è senza dubbio uno degli elementi fondamentali nella preparazione di qualsiasi forma di attacco. Scordatevi che l’obbiettivo ultimo sia riportare Israele sui confini del 1947 e la conseguente nascita di uno Stato Palestinese. Come detto prima, dei palestinesi non frega niente a nessuno. L’unico obbiettivo realistico che rimane è quello della totale cancellazione dello Stato Ebraico, una idea questa accarezzata a lungo da molti Paesi Arabi e poi abbandonata per una serie di motivi politici e, soprattutto, per la tenace resistenza israeliana che non si è fatta sopraffare dagli eserciti arabi e che, anzi, ha conquistato importanti fette di territorio nemico (il Sinai, poi restituito, le Alture del Golan ecc. ecc.). Ma se gli arabi hanno accantonato (almeno apparentemente) l’idea della cancellazione di Israele, questa idea è stata, paradossalmente, ripresa e ampliata dalle due uniche potenze regionali nemiche degli stessi arabi, l’Iran e la Turchia.

Ma questa volta persiani e ottomani non hanno fatto lo stesso errore degli arabi, non hanno attaccato Israele a muso aperto. Questa volta hanno studiato un percorso molto più lungo e complesso che comprende diversi tipi di attacco e di mosse diplomatico-militari atte ad accerchiare il piccolo Stato ebraico e ad isolarlo, sia militarmente che diplomaticamente. Insomma, hanno lavorato ai fianchi. I persiani molto più apertamente, gli ottomani in maniera molto più subdola e traditrice.

L’Iran si è saldamente posizionata in Siria e, soprattutto in Libano, diventato ormai una vera e propria succursale degli Ayatollah in Medio Oriente. Hanno potenziato all’inverosimile gli Hezbollah tanto che proprio ieri il Segretario alla Difesa americano, Robert Gates, ha parlato per la prima volta di “inversione di tendenza nei rapporti di forza tra Israele ed Hezbollah” non nascondendo la sua profonda preoccupazione. Negli ultimi anni Teheran ha lavorato al perfezionamento e al potenziamento dei suoi missili balistici, missili che oggi sono in grado di colpire facilmente Israele e, volendo, anche l’Europa. Da quasi due anni, per completare l’accerchiamento, gli iraniani stanno cercando di infiltrasi anche a Gaza e di armare Hamas.

La Turchia, dal canto suo, non è rimasta con le mani in mano. Erdogan ha lavorato incessantemente alla progressiva islamizzazione del paese e alla conseguente eliminazione dei garanti della laicità dello Stato. Ha estromesso, arrestandoli con l’accusa di aver ordito un tentativo di colpo di Stato, i maggiori comandanti dell’esercito rimpiazzandoli con uomini di sua assoluta fiducia. Ha rispolverato nei fanatici islamici l’idea dell’impero ottomano. Si è messo contro gli Stati Arabi assumendo la figura del leader islamico di tutte le confessioni. Per fare questo ha finanziato diverse organizzazioni estremiste, sia in territorio turco che in Europa e nei Paesi arabi (i Fratelli musulmani in Egitto, la Islamic Society of Britain in Gran Bretagna, la Diyanet İşleri Türk İslam Birliği e la Verband der islamischen Kulturzentren in Germania), ha finanziato organizzazioni umanitarie e missionarie come la famigerata IHH. Insomma si è dato un gran da fare per far assumere alla Turchia (e a se stesso) un ruolo di primo piano nell’Islam mondiale. Chiaro che un buon leader islamista non può avere Israele tra i suoi alleati. E così si è alleato all’Iran in quella che ormai sembra una missione prioritaria, la cancellazione della democrazia israeliana.

Si mettano, quindi, il cuore in pace coloro che pensano che Iran e Turchia stiano inviando navi cariche di aiuti umanitari ai palestinesi assediati a Gaza. Primo perché a Gaza non manca niente, secondo perché, come sempre, la questione palestinese viene usata per attaccare Israele, specialmente questa volta. Lo scopo finale è trascinare Israele in un conflitto armato dove, però, lo Stato ebraico appai come l’oppressore e non come l’oppresso. A quel punto ogni azione sarà giustificata e se gli Stati arabi si opporranno, anche solo verbalmente, saranno le orde di fanatici al loro interno a ribellarsi agli sceicchi e agli emiri.

Qualche giorno fa Ahmadinejad ha detto in diretta alla IRIB, la radio-televisione iraniana, che “Iran e Turchia hanno assunto un ruolo distinto e senza eguali negli equilibri internazionali e saranno le due potenze giuste del futuro”. In questa frase è racchiuso il succo del discorso. Solo che Iran e Turchia non potranno essere grandi potenze fino a quando ci sarà nel cuore del Medio Oriente quel piccolo Stato democratico chiamato Israele.

Le diplomazie sono al lavoro ma, ormai, il procedimento sembra irreversibile. Le opinioni pubbliche arabe sono contro i loro leader accusati di immobilità. Chiedono la fine di Israele. La caccia all’ebreo è ripartita anche in Europa, esattamente come successe prima della seconda guerra mondiale. Iran e Turchia, il quarto Reich, sanno di avere l’appoggio dei popoli islamici di ogni confessione e sanno che alla prossima provocazione/reazione Israele sarà veramente sotto attacco globale. Siamo alla scena finale, non facciamoci illusioni. Le uniche speranze per il mondo libero sono riposte negli Stati Uniti e nell’Onu, ma non facciamoci illusioni, i primi sono governati da un uomo senza gli attributi mentre le Nazioni Unite sono ormai solo un fantoccio in mano ai paesi islamici. Non ho nemmeno nominato l’Europa perché politicamente è come se non ci fosse. Alla fine, come sempre, il destino di Israele (e del mondo libero) sarà nelle mani degli israeliani e questa è, forse, l’unica cosa che ci rassicura.

Franco Londei

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