Secondo Protocollo

Iran: 34.000 prigionieri politici nel silenzio totale della comunità internazionale

Sono almeno 34.000 i prigionieri politici detenuti in Iran. A constatarlo è uno studio di Secondo Protocollo che ha consultato diverse fonti della dissidenza iraniana. Tra di loro giornalisti, avvocati, difensori dei Diritti Umani, blogger e semplici cittadini che hanno avuto l’ardire di contestare il regime.

Il prigioniero politico (o di coscienza) in Iran non ha alcun Diritto. Molto spesso non può usufruire di una adeguata difesa e non è raro che anche i loro avvocati vengano incarcerati. E’ successo con Nasrin Sotoudeh, Abdolfattah Soltani (solo per citarne due) e molti altri avvocati che avevano difeso prigionieri di coscienza.

Nemmeno il mestiere del giornalista è facile. Attualmente i giornalisti incarcerati sono almeno 28 e la loro colpa è sempre la stessa: aver criticato il regime. Centinaia i blogger attualmente in carcere. Il più famoso è Hossein Ronaghi Maleki che dallo scorso 19 maggio ha iniziato uno sciopero della fame nel tentativo di sensibilizzare l’opinione pubblica internazionale sulle condizioni in cui vengono detenuti i prigionieri di coscienza in Iran, privati di qualsiasi assistenza medica.  Secondo la Campagna Internazionale per i Diritti Umani in Iran, un gruppo di dissidenti che da anni denuncia gli abusi sui prigionieri di coscienza, la privazione di qualsiasi assistenza medica sarebbe un metodo usato dai servizi di sicurezza iraniani per ottenere confessioni. Allo stesso Maleki sono state promesse cure a condizione però che firmi una ampia confessione preconfezionata.

Tuttavia la stragrande maggioranza dei detenuti politici in Iran sono semplici cittadini che hanno semplicemente manifestato il loro dissenso verso il regime. Molti di loro sono stati arrestati durante le proteste post-elettorali del 2009. In molti casi sono stati fatto oggetto di incredibili torture e poi condannati con processi farsa a lunghe pene detentive. In moltissimi casi (circa 500) di loro non si sa più nulla. Sono come spariti nel nulla e si teme che possano essere stati uccisi o che siano deceduti a causa delle torture. Alcuni casi di morti in carcere sono emersi solo grazie al fatto che i detenuti erano famosi personaggi, come nel caso di Hoda Saber, morto di infarto a seguito delle torture subite. Ma della maggioranza non se ne sa niente.

Questi numeri veramente impressionanti non condizionano però l’operato della Commissione dei Diritti Umani dell’Onu, concentrata quasi esclusiva su Israele. Nessuna parola dall’Alto Commissario per i Diritti Umani, Navi Pillay, che abbiamo cercato di contattare per chiedere cosa stesse facendo la Commissione e come mai in nessun comunicato della Commissione stessa ci fosse un accenno a questa drammatica situazione. Silenzio anche dalla sede delle Nazioni Unite e dalle cosiddette “grandi organizzazioni per la Difesa dei Diritti Umani” che si limitano a lanciare singole campagne per singoli detenuti ma trascurano completamente (deliberatamente?) il problema più grosso ed evidente. Anzi, spesso quelle singole campagne finiscono per gettare fumo negli occhi e per nascondere la drammatica realtà in cui vivono oltre 34.000 prigionieri politici in Iran.

Noemi Cabitza