Secondo Protocollo

Iran: la “primavera persiana” unica alternativa alle bombe

iran manifestazione 3 ottobre from Secondo Protocollo on Vimeo.

Qualche giorno fa gli iraniani sono tornati in piazza. Lo abbiamo riferito con un articolo di Michael Sfaradi lo scorso 3 ottobre. La scintilla che ha fatto incendiare la piazza di Teheran è stata la verticale svalutazione della moneta iraniana. Ma alla base c’è una complessiva situazione di enorme difficoltà che il popolo iraniano sta attraversando non solo per le sanzioni imposte all’Iran dall’occidente a causa del suo programma nucleare, ma anche e soprattutto per una situazione pregressa antecedente alle sanzioni.

La situazione economica iraniana è pessima da ben prima dell’inizio delle sanzioni occidentali. Già dal 2009, nel silenzio più assoluto dei media, migliaia di iraniani erano scesi in piazza per protestare contro i licenziamenti, in particolare tra i portuali del porto di Bandar Abbas. Quelle manifestazioni, represse con estrema violenza dal regime iraniano, si confusero con quelle post elettorali del “movimento verde” e in qualche modo passarono in secondo piano. Altre manifestazioni di lavoratori si svolsero in altre città iraniane, da Bushehr a Shiraz, da Abadan a Nashhad, tutte represse nel sangue come quelle del movimento verde sebbene le ragioni erano altre anche se complementari. La gente in Iran era quindi poverissima da ben prima delle sanzioni occidentali le quali hanno solo dato il colpo di grazia a una economia già alla canna del gas.

Le ragioni per cui un Paese potenzialmente ricchissimo sia in effetti uno dei più poveri del mondo sono drammaticamente semplici e si possono riassumere con quattro parole: corruzione dei vertici, spese militari folli, imponente sostegno al terrorismo e programma nucleare.  Mentre il regime spendeva e spandeva fiumi di denaro nel sostegno ad Hamas, ad Hezbollah, agli sciiti della penisola arabica e al regime siriano, mentre i leader religiosi e politici aprivano conti in Svizzera con decine di milioni di dollari, mentre si compravano intere navi di armi da inviare ai gruppi terroristici e, soprattutto, mentre si spendevano miliardi di dollari per il programma nucleare, la gente iraniana moriva di fame e il tasso di povertà assoluta raggiungeva picchi mai visti.

L’assurdo è che le sanzioni imposte dall’occidente all’Iran e che dovevano spingere il regime degli Ayatollah a interrompere il programma nucleare, hanno finito per rafforzare il regime che le ha usate come giustificazione per lo stato di povertà in cui versano gli iraniani, senza però che il regime stesso rinunciasse né al programma nucleare né a tutte le azioni di sostegno e finanziamento ai gruppi e agli Stati terroristici. In sostanza ha fornito agli Ayatollah un vero e proprio alibi.

Ora però qualcosa si sta rompendo in questa macchina perfetta messa in piedi dagli Ayatollah e la gente iraniana inizia ad alzare la voce. Gli iraniani si chiedono perché devono sostenere regimi criminali come quello di Assad o gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah, perché devono correre dietro alla bomba atomica quando loro non hanno da dare da mangiare ai propri figli, non possono curarli, farli studiare ed evolvere. Da mesi a Teheran compaiono graffiti in cui si chiede “quanto costa agli iraniani il programma nucleare”. E non servono gli arresti di massa dei dissidenti effettuati dal regime nel silenzio più assoluto dei media (390 arresti nelle ultime due settimane) per fermare la montante protesta contro gli Ayatollah.

Ora però spetta all’occidente non lasciare sola la dissidenza iraniana come venne fatto durante le proteste post elettorali. Appoggiare la dissidenza interna iraniana deve essere un obbiettivo primario. Si lasci stare il PMOI, inviso ala maggioranza degli iraniani, e si pensi alla dissidenza reale, quella che punta a un Iran democratico, prospero e in pace. L’obbiettivo di un cambio di regime in Iran deve andare di pari passo con la prospettiva di un attacco militare per fermare il programma nucleare iraniano. E’ l’unico modo per evitare proprio un attacco. Solo che l’occidente ci deve mettere le risorse e deve farlo subito, prima che il regime iraniano adotti le misure necessarie a mettere i dissidenti in condizione di non nuocere. Se vogliamo fermare i caccia questa è l’unica alternativa.

Adrian Niscemi