Iran: la soluzione è appoggiare apertamente la dissidenza e individuare il suo leader

In questi giorni negli Stati Uniti si è aperto un acceso dibattito sulle “priorità” che il Presidente Obama dovrebbe affrontare. Secondo molti importanti analisti il pericolo maggiore in questo momento non arriva dal terrorismo islamico targato Al Qaeda, ma arriva da Teheran e dalle sue smanie nucleari.

Shirin Ebadi

Nei giorni scorsi è uscita una precisa analisi firmata da James K. Glassman e da Michael Doran, il primo direttore esecutivo del George W. Bush Institute di Dallas ed ex sottosegretario di Stato per gli affari pubblici nell’ultima amministrazione Bush, il secondo professore di rango presso la New York University’s Wagner Graduate School ed ex vice assistente al segretario della Difesa. Ebbene in questa analisi i due specialisti descrivono benissimo quello che andrebbe fatto con l’Iran e che al momento non è stato fatto dall’amministrazione americana, limitatasi solo alla politica della mano tesa per la quale ha ricevuto solo schiaffi.

I due partono dal presupposto, giusto, che alla vicenda iraniana vada data la massima priorità e che debba essere risolta prima che sia troppo tardi, prima cioè che Teheran arrivi a dotarsi di armi nucleari. Vengono delineate tre vie per arrivare alla soluzione della questione iraniana: 1- una azione militare; 2- un compromesso con il regime; 3- la presa del potere da parte delle opposizioni con l’instaurazione di un Governo democratico.

Giustamente vengono scartate le prime due ipotesi, la prima perché un attacco militare all’Iran, anche se circoscritto agli impianti nucleari, potrebbe scatenare una serie di reazioni a catena che infiammerebbero tutto il Medio Oriente. La seconda perché un accordo con l’attuale regime è altamente improbabile se non impossibile. Rimane quella che Glassman e Doran chiamano la “terza via” o la “via soft”, un cambio di potere a Teheran.

Il paradosso che Glassman e Doran evidenziano è quello che gli Stati Uniti sono stati accusati a più riprese dal regime iraniano di aver fomentato e alimentato la cosiddetta “rivoluzione verde” iraniana mentre, al contrario, se si può lanciare una accusa sensata all’amministrazione Obama è quella di essere rimasta assolutamente immobile di fronte ai fatti iraniani. Ora è arrivato il momento che gli Stati Uniti pongano rimedio a questa mancanza appoggiando seriamente la dissidenza iraniana.

Glassman e Doran idividuano le mosse da fare in pochi essenziali passi:

  • fornire sostegno morale ed educativo alla rivoluzione verde. Questo è un lavoro che dovrebbero fare terze persone e non direttamente gli Stati Uniti. In pratica si tratta di sensibilizzare la dissidenza sui percorsi effettuati da dissidenze di altri Paesi che hanno portato alla liberazione dalla dittatura. Per fare un esempio andrebbero studiate e visualizzate le mosse della dissidenza ucraina o georgiana, andrebbero pubblicati in farsi e distribuiti gli scritti di Gene Sharp o di altri autori su come arrivare in maniera non violenta dalla dittatura alla democrazia.
  • Inasprimento delle sanzioni e pubblicizzare come dette sanzioni e le loro conseguenze per l’economia siano direttamente ricollegabili alla politica del regime. Si tratta di evidenziare come, nonostante le immense ricchezze dell’Iran, l’attuale situazione di estremo degrado in cui versa la maggioranza della popolazione e le difficoltà economiche siano da collegarsi ad una errata politica estera del regime, ad una cattiva gestione delle risorse, alla corruzione e al malgoverno, allo sperpero di immense fortune per il sostegno di gruppi terroristici arabi (e quindi lontanissimi dall’ideologia persiana) e, infine, nel programma nucleare, non certo di primaria importanza per il bene della popolazione.
  • Fare tutto il possibile per aumentare le comunicazione all’interno e all’esterno dell’Iran. I fatti iraniani hanno dimostrato come la comunicazione da e verso l’Iran sia di fondamentale importanza per la rivoluzione verde. Sostenere quindi finanziariamente canali tipo Radio Farda e Voice of America. Convincere gli alleati a fare altrettanto con i loro canali satellitari che trasmetto in persino (per es. la BBC). Garantire ai dissidenti canali sicuri per trasmettere informazioni e per comunicare con il mondo libero. Fornire loro la tecnologia necessaria a superare i blocchi del regime. Protestare energicamente (anche minacciando il boicottaggio) con quelle software house che hanno fornito al regime la tecnologia necessaria a intercettare i messaggi dei dissidenti.
  • Demolire la propaganda di regime. Contrastare con ogni mezzo la propaganda di regime che sostiene che dietro alle rivolte ci siano i nemici dell’Iran e che la comunità internazionale osteggia il programma nucleare iraniano solo perché vuole mantenere il paese in uno stato di arretratezza. Evidenziare invece come l’obbiettivo dell’occidente sia quello di vedere un Iran democratico e tecnologicamente avanzato, anche per il bene di tutti.
  • Individuare le persone responsabili delle repressioni e diffonderne i dati. Usare ogni mezzo, compresa l’intelligence, per individuare le persone responsabili delle repressioni e diffonderne i dati e le fotografie. Questo metterà in difficoltà il regime e la sua intelligence.

Personalmente condivido quasi totalmente il pensiero di Glassman e Doran tranne (in parte) sull’applicazione di ulteriori sanzioni. Non che non condivida il concetto, solo che non trovo giusto spingere la popolazione ad una “reazione per disperazione”, tanto meno la popolazione iraniana. Per il resto mi sembra che i due esperti americani centrino quasi tutti i punti ai quali però ne aggiungerei uno di fondamentale importanza: individuare un leader della dissidenza.

Al momento, all’esterno e in parte della dissidenza iraniana, si tende ad individuarlo in Moussavi. Io non ne sono molto convinto. A parte che, personalmente, prediligo Karroubi per le sue posizioni più improntate ai Diritti e per un passato più “limpido”. A questo si aggiunga che ultimamente Moussavi, al contrario di Karroubi, ha manifestato chiari segni di cedimento nei confronti del regime, non ultimo quello sull’omicidio del proff. Mehsoud Ali-Mohammadi. In ogni caso Moussavi e, in parte, Karroubi, mi sembrano piuttosto lontani dalle posizioni di gente come Shirin Ebadi, posizioni molto più radicali (o più occidentali) sul tema dei Diritti Umani e della democrazia. Certo, molto meglio un Karroubi piuttosto che Ahmadinejad, ma credo che arrivati a questo punto si possa e si debba puntare in alto. Lasciamo stare le smanie di potere del PMOI, storicamente molto simili a quelle di Khomeini. In Iran adesso serve una figura importante che rappresenti le varie anime della dissidenza. Forse chiedere che questa figura sia Shirin Ebadi è troppo per il contesto iraniano, ma un uomo molto vicino alla Ebadi sarebbe l’ideale. Questo, naturalmente, non perché non veda bene una donna a capo della dissidenza, tutt’altro, ma perché in questo momento in cui alcuni radicali si stanno spostando verso posizioni dissidenti, sarebbe pretendere troppo chiedere che sia una donna a guidarli. Va fatto un passo alla volta.

Mi sembra tuttavia di concordare con Glassman e Doran su un fatto che, oltre tutto, noi chiediamo da un po’, cioè che adesso la dissidenza iraniana non vada lasciata sola, anzi, che vada supportata in tutti i modi. Le alternative sono tutte peggiori. Ci pensino bene il Presidente Obama e l’occidente.

Articolo scritto da Franco Londei

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