Iran: la stampa occidentale complice del regime

Da diversi mesi ormai sosteniamo che la “grande” stampa occidentale sia sottilmente (e non sappiamo quanto inconsapevolmente) complice del regime iraniano, da quando cioè ha completamente trascurato la discesa in campo del “Movimento delle donne iraniane” diretto dal Premio Nobel per la pace, Shirin Ebadi. Evitando accuratamente di dare riscontro mediatico a quella importantissima iniziativa (eravamo prima delle elezioni), la stampa occidentale ha fatto un enorme favore al regime iraniano.

Non che le cose siano andate meglio nei mesi successivi alle elezioni. Certo, è stato dato risalto alle oceaniche manifestazioni, agli arresti e alle vittime, ma come si poteva non farlo? Eppure anche in quei casi le “grandi agenzie di stampa” fornivano quasi esclusivamente le notizie diffuse dal regime sostenendo che le altre “non erano confermate”. Logico, meglio diffondere un falso comunicato emesso dalla Irna o dalla IRIB (solo per due esempi) piuttosto che diffondere le testimonianze provenienti dalle piazze e dalle strade iraniane rilanciate dai giovani manifestanti che, proprio per questo, ci hanno rimesso la vita o sono stati incarcerati. Ma che bel giornalismo!!!!

Il punto più basso si è toccato con le ultime manifestazioni, quelle avvenute durante la morte dell’Ayatollah Montazeri, della Ashura e quelle drammatiche dell’11 febbraio quando milioni di manifestanti sono scesi in piazza per protestare contro il regime durante le celebrazioni del 31esimo anniversario della rivoluzione islamica. Cosa ha fatto la “grande” stampa occidentale? Ha dato risalto alle agenzie di regime e alle interviste di politici italiani vicini al regime che avevano colto l’occasione per precipitarsi dagli Ayatollah per ribadire il loro fervente odio verso Israele. Sulle manifestazioni, sugli arresti, sulla violentissima repressione organizzata a puntino dai Pasdaran, solo poche righe e naturalmente “non confermate”. In compenso il regime ne tiene conto e parecchio di quelle notizie non confermate perché negli ultimi mesi ha messo in galera e torturato almeno 900 giovani che avevano avuto l’ardire di diffondere via internet quelle notizie non confermate. Alcuni ne ha impiccati e altri ne impiccherà i prossimi giorni e le prossime settimane. Ma di questo è meglio non parlarne. Meglio non far sapere alla gente dei 300 blogger ancora incarcerati ad Evin per aver diffuso “notizie non confermate”, meglio non dire niente delle torture a cui sono sottoposti quei ragazzi per estorcere loro confessioni sulla “interferenza straniera” nelle manifestazioni contro il regime.

Molto meglio continuare a dare le “notizie confermate”, quelle stralunate e palesemente indottrinate di IRIB, ormai diventata una fonte di notizie per l’ANSA e per le altre agenzie, oppure quelle violente e dettate direttamente da Ahmadinejad diffuse da Basirat, il sito degli assassini basji, oppure quelle della IRNA. E cosa si legge di importante in queste notizie confermate? Che gli arresti delle spie italiane sono state ordinate dagli USA e da Israele (naturalmente), che il povero Hamid Masoumi Nejad è stato arrestato non perché trafficava armi (anche non convenzionali) ma perché aveva denunciato la corruzione italiana. Ieri mattina, addirittura, la notizia di punta sull’Iran diffusa dall’ANSA e da altre agenzie era un vero e proprio scoop (naturalmente confermato), cioè che, secondo Ahmadinejad, gli attentati dell’11 settembre 2001 sarebbero stati organizzati dagli stessi americani per giustificare l’attacco all’Afghanistan. Grande scoop, non c’è che dire. In compenso non c’è traccia (o solo un trafiletto) sulla condanna a morte di Mohammad Amin Valian, come non c’è traccia delle notizie riguardanti tre giornalisti accusati, come Valian, di essere mohareb (nemici di Dio) per aver diffuso notizie (sempre quelle non confermate) contro il regime. I tre, per la cronaca, si chiamano Badrosadat Mofidi, Ahmad Zeidabadi e Massud Bastani e la notizia dovrebbe avere almeno un po’ di risalto non fosse altro che sono colleghi di chi scrive nelle agenzie (cioè giornalisti) e che per aver diffuso notizie vere (però non confermate) rischiano la vita.

Con questo modo di fare, diffondendo cioè solo notizie di regime provenienti da agenzie ufficiali e quindi non indipendenti, diffondendo solo le allucinazioni del dittatore o le sparate diffuse da IRIB, la stampa occidentale si rende inconsapevolmente parte attiva della strategia mediatica del regime iraniano e quindi ne diventa complice.

Non si vogliono diffondere notizie “non confermate”? OK, può anche andare bene, su internet le fonti di informazione indipendente ce ne sono a bizzeffe, ma si eviti di diventare parte attiva della strategia mediatica del regime iraniano pubblicando le allucinanti dichiarazioni di quello o quell’altro assassino o di dare risalto alle sparate di IRIB. Fare informazione, soprattutto sulla questione iraniana, significa innanzitutto non diventare un mezzo del regime per distogliere l’attenzione sulla tragica situazione che si vive in quel Paese e sulla repressione ancora in corso.

Noemi Cabitza

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