Israele, la pace non verrà cedendo ai burocrati

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Il giorno di capodanno Informazione Corretta ha pubblicato un articolo di Ugo Volli di rara lucidità (non per Volli che lucido lo è sempre). In quelle righe si legge tutto il malessere e le incognite per il nuovo anno che gravano sulla comunità ebraica per quanto sta avvenendo nel mondo, in Israele e intorno alla stessa comunità ebraica.

Ne esce un quadro quasi di divisione. Lo dico da osservatore “semi-esterno” e non certo da componente della Comunità ebraica. Mi sembra di rivedere le divisioni viste a suo tempo quando Ariel Sharon decise di restituire Gaza ai palestinesi (poi sappiamo come è andata a finire) e in tantissimi non solo non erano d’accordo ma profetizzarono quello che alla fine è avvenuto. Come dice Ugo Volli “difficile fare la pace con chi dall’altra parte ti vuole distruggere” .

Quello di cui non mi capacito è come ci possa essere all’interno della comunità ebraica chi appoggia scelte del tutto assurde come, per fare un esempio, la liberazione di terroristi oppure che saluta con gioia l’accordo sul nucleare iraniano perché secondo loro eviterebbe una guerra. Israele è rimasto in piedi nonostante sia circondato da centinaia di milioni di nemici perché non ha mai ceduto alle intimidazioni o a questi strani compromessi. Quando lo ha fatto, vedi Gaza, ci ha sempre rimesso senza mai guadagnarci in pace e tranquillità.

Ora, è chiaro che qui occorre capire bene cosa si intende per pace e come intendono questa parola gli israeliani. Se la pace la si intende con la volontà di lasciare che gli arabi facciano quello che vogliono con le conseguenze viste a Gaza, allora non possiamo parlare di pace ma di resa. Tanto vale lasciare Israele agli arabi e andarsene in Alaska, come profetizzava quel porco di Ahmadinejad. Se invece con la parola pace si intende uno Stato sicuro, con confini ben difesi, che non abbassa il capo di fronte ai nemici ma che, anzi, li punisce, uno Stato che pensi prima ai suoi cittadini che ad accontentare qualche burocrate da strapazzo, allora Israele ha qualche speranza.

Non lo so, forse sbaglio (e se sbaglio vorrei essere corretto) ma vedo una certa differenza tra gli israeliani che abitano in Israele e i milioni di ebrei che abitano fuori dallo Stato Ebraico. Ho l’impressione che gli israeliani siano molto più propensi a “resistere” mentre da fuori in parecchi sarebbero disposti anche a cedere su molti punti pur di raggiungere questa fattispecie di pace.

Personalmente, a costo di essere etichettato di estrema destra, non credo che un qualsiasi cedimento di Israele nei confronti di chicchessia possa portare un barlume di pace, anzi, sono convinto dell’esatto contrario, penso cioè che sarebbe visto come una debolezza. E siccome si conosce bene chi c’è di fronte, gli arabi, tutti sanno che se gli dai un dito quelli prima si mangiano la mano poi tutto il braccio.

Francamente condivido le preoccupazioni di Israele e della comunità ebraica (almeno di una parte di essa) per il nuovo anno e per questo credo fermamente che non sia il momento delle divisioni. E se c’è da scontentare qualche burocrate da strapazzo bisognerà farsene una ragione ma Israele non può arretrare di un passo se vuole sopravvivere. Di questo ne sono certo.

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