Israele – Palestina: gli inutili colloqui che servono solo a Obama e Abu Mazen

US President Barack Obama visit

Chiariamo subito un punto: se ci sarà o meno una ripresa dei negoziati tra israeliani e palestinesi, la cosa per Israele sarà del tutto ininfluente per il semplice fatto che non cambierà nulla rispetto alla situazione che vediamo oggi. Se c’è qualcuno che ha assolutamente bisogno di questi negoziati sono Obama (e con lui Kerry) e Abu Mazen. Insomma, stiamo parlando ancora una volta di negoziati farlocchi.

Detto questo, facciamo finta di credere che invece saranno negoziati importantissimi e fondamentali per la pace mondiale, concetto carissimo a quel comico di John Kerry e al suo incompetente e disastroso Presidente. Facciamo finta cioè di credere che una volta risolto il problema con Abu Mazen tutto andrà magicamente al suo posto e scoppierà la pace globale, che Hamas accetterà le decisioni della ANP e riconoscerà Israele, che la Siria si riappacificherà, che l’Iran la smetterà di cercare bombe atomiche e di promuovere il terrorismo, che Hezbollah deporrà magicamente le armi e che tutto il mondo arabo riconoscerà Israele.  No, perché sostanzialmente è questo che il duo comico Kerry/Obama vorrebbe farci credere, cioè che se Israele raggiungerà un accordo con la ANP tutto andrà magicamente a posto.

Bene, ci sono almeno una dozzina di motivi per non credere alle favolette comiche di Kerry/Obama ma mi limiterò ad evidenziare le più importanti:

1 – Abu Mazen non rappresenta il popolo palestinese, almeno non per i palestinesi. Tanto e vero che quando a proposto il piano di Kerry ai vertici della ANP questi gli hanno riso in faccia. Non parliamo poi di Hamas che proprio ieri ha rilasciato dichiarazioni di fuoco contro Abu Mazen definendolo un “inutile burocrate che non rappresenta i palestinesi”.

2 – I colloqui tra Israeliani e palestinesi hanno un senso solo se finalizzati ad un riconoscimento reciproco. Il problema non si pone per Israele che ha già detto che riconoscerà la futura Palestina. Il problema si pone invece per i palestinesi che, come un recente sondaggio arabo ha dimostrato, non hanno alcuna intenzione di riconoscere Israele. Lo stesso Abu Mazen quando parla pubblicamente in inglese lo fa con toni moderati, salvo poi smentirsi quando parla in arabo ai media palestinesi.  Per non parlare poi di Hamas che non riconoscerà mai Israele e se teniamo conto che il gruppo terrorista controlla militarmente la Striscia di Gaza e può contare sull’appoggio della maggioranza della popolazione in Cisgiordania, ci renderemo conto che da parte palestinese non ci sarà mai alcun riconoscimento di Israele.

3 – I colloqui si terranno a Washington e a rappresentare Israele e Palestina saranno Tzipi Livni (Israele) e Saeb Erikat (Palestina), cioè due negoziatori esperti e navigati e questa è forse l’unica notizia buona di tutta questa faccenda. Ma se la Livni può vantarsi di rappresentare un intero Paese e di avere un mandato ampio per farlo, lo stesso non può fare Saeb Erikat che sostanzialmente rappresenta solo Abu Mazen, opportunamente tenuto ai margini. E’ un percorso in salita perché qualsiasi decisione e/o accordo prendano i due non avrà alcuna validità da parte palestinese e certamente verrà contestato da Hamas e dai suoi sostenitori. E poi ci si dimentica che le Palestine sono due, quella in Cisgiordania e quella nella Striscia di Gaza, con due Governi nemici che si combattono a suon di arresti e omicidi e che si disprezzano apertamente. Quale decisione potrà mai prendere Saeb Erikat? E soprattutto, quale Palestina rappresenta?

Mi fermo qui per non tediare troppo i pochi lettori, ma oltre a queste tre cosucce ce ne sarebbero di cose che rendono questi colloqui praticamente una inutile perdita di tempo. Però, come detto, sia il duo Obama/Kerry che Abu Mazen avevano bisogno di dimostrare che c’è un impegno da parte loro nel trovare una via d’uscita al conflitto israelo-palestinese, i primi per mere ragioni interne dopo che l’operato di Obama in Medio Oriente è stato a dir poco disastroso, il secondo per tenere aperti i canali del flusso dei soldi internazionali verso la Palestina (e di qui verso i suoi conti). E Israele, che ormai ci ha fatto il callo a queste sceneggiate, non poteva fare a meno di dare una mano a questi veri e propri comici seriali, quindi farà la sua parte della inutile commedia. In fondo un paio di cose buone le ha ottenute. La prima è quella di tenere fuori Abu Mazen dai colloqui diretti, la seconda quella di ottenere colloqui chiusi, cioè privati e senza conferenze stampa eclatanti fatte solo per sviare l’attenzione dei media dai problemi seri.

E così forse si tornerà a parlare finalmente dei problemi seri che non sono quelli che riguardano i metodi per rimpinguare le casse palestinesi (di Abu Mazen)o quelli per far riacquistare prestigio internazionale a Obama, ma che si chiamano Iran, Hezbollah e Hamas. In fondo, se così sarà, per una volta questi negoziati serviranno finalmente a qualcosa.

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