Israele: rifugiati o criminali? La critica a senso unico di Amnesty International

Israele – Amnesty International non si smentisce mai e quando si tratta di parlare di Israele vede la difesa dei Diritti Umani a senso unico: i cittadini israeliani non hanno Diritti, tutti gli altri si. E se poi gli altri sono criminali che si sono macchiati di gravi crimini, che hanno eluso le leggi israeliane o addirittura che sono stati aiutati prima e che adesso pretendono ciò che non gli è dovuto, tanto meglio. Da criminali Amnesty li trasforma in vittime.

E’ il caso della decisione del Governo israeliano di espellere dal territorio di Israele un certo numero di immigrati clandestini i quali negli ultimi mesi si sono resi protagonisti di gravissimi reati (violenze sessuali, rapine, occupazione abusiva di case, violenze contro il patrimonio, ecc. ecc.), una decisione criticata aspramente da Amnesty International. Queste persone, entrate clandestinamente in Israele, una volta scoperti hanno chiesto il riconoscimento dello status di rifugiato e in attesa di riceverlo o meno si sono dati tranquillamente al crimine. Per molti anni Israele ha sopportato questo stato di cose. Ha dato rifugio e supporto economico ai rifugiati del Sud Sudan, a quelli eritrei, ai gay palestinesi, ad alcuni in fuga da regimi islamici oppressivi, e questo nonostante Israele sia un paese in guerra. L’escalation di violenza senza precedenti provocata dai presunti richiedenti asilo a cui si è assistito negli ultimi mesi ha quindi spinto il Governo israeliano a rivedere la sua linea di accoglienza verso queste persone. Una decisione più che lecita, presa nel rispetto del Diritto Internazionale esattamente come avviene in quasi tutti i Paesi mondiali. Ma se in Italia, in Francia, in Germania, negli Stati Uniti o in un qualsiasi Stato occidentale è normale espellere chi delinque, in Israele questo diventa un caso di “Diritto Internazionale” , almeno per Amnesty International.

E così ieri l’organizzazione pan-araba con sede a Londra ha emesso un durissimo comunicato contro Israele nel quale si accusa lo Stato Ebraico di violare il Diritto Internazionale in quanto vuole espellere le migliaia di clandestini presenti nel suo territorio. Secondo Amnesty International, Israele dovrebbe permettere a queste persone di restare nel suo territorio, nonostante gli atti criminali e l’ingresso illegale, senza contare poi il rischio più che concreto che tra di loro si nascondano estremisti islamici pronti a colpire Israele con attentati terroristici.

A Londra dovrebbero sapere che le richieste di asilo vanno fatte all’atto dell’ingresso in un territorio, non dopo che si è stati scoperti e che ci si è introdotti in quel territorio clandestinamente. Le richieste vanno poi valutate da una apposita commissione, il che significa che il fatto di dichiararsi “rifugiato” non significa automaticamente di essere riconosciuti come tali. Questo vale in tutti i Paesi del mondo, compreso Israele. E in tutti i Paesi del mondo quando il riconoscimento non arriva si è considerati clandestini. Non c’è uno “status intermedio” o, perlomeno, non è a tempo indeterminato perché il richiedente asilo ha facoltà di opporsi alla decisione della commissione ma ci sono tempi ben precisi che variano da Paese a Paese (in Israele sono sei mesi). Durante quel periodo il richiedente asilo può continuare a vivere nel territorio che lo ospita, ma se ottiene un altro diniego dovrà lasciare il Paese e comunque non può delinquere.

Amnesty International, che accetta per qualsiasi Paese quanto sancito dal Diritto Internazionale, pretende che in Israele le cose vadano diversamente. Vorrebbe che se un richiedente asilo delinque venga comunque “protetto”, vorrebbe che chi è clandestino sia comunque “accolto” e vorrebbe tutto questo da un Paese in guerra che comunque non dovrebbe accogliere nessuno.

Amnesty International punta il dito in particolare sulle ventilate espulsioni di cittadini sudanesi ed eritrei in quanto, se fossero rimpatriati, rischierebbero la vita. In Israele attualmente ci sono 15.000 sudanesi di cui la provenienza è incerta (molti non sono né sud-sudanesi  né provenienti dal Darfur) e almeno 35.000 eritrei. Di questi ultimi molti sono arrivati negli ultimi mesi dopo che i mercanti di esseri umani che operano nel Sinai hanno ventilato loro la concreta possibilità di essere accolti in Israele. In sostanza, queste persone arrivano dall’Eritrea o dal Sudan, si fermano in Egitto (che si guarda bene dal fornire loro lo status di rifugiato o qualsiasi altro tipo di assistenza) e attraverso il Sinai entrano clandestinamente in Israele. Di questo però Amnesty International non dice niente, non dice che prima di arrivare in Israele queste persone transitano in Egitto dove vengono schiavizzati, sequestrati e minacciati per poi essere spinti, volontariamente, verso Israele. Se lo dicessero dovrebbero chiedere all’Egitto la stessa cosa che chiedono a Israele quindi tacciono.

Fino ad oggi, nonostante tutte queste “regole” di Diritto Internazionale non fossero rispettate, Israele ha accolto comunque tutti e se ha deciso per l’espulsione è perché, oltre a essere onestamente troppi, i clandestini si sono dati al crimine più abbietto mettendo in apprensione la popolazione israeliana e diventando quindi un pericolo.

Se Amnesty International è veramente preoccupata per il destino di queste persone si attivi con l’UNHCR per costruire campi di accoglienza in Egitto, così come prevede il Diritto Internazionale (il primo Paese attraversato dai richiedenti asilo è quello che ha responsabilità su di loro). Diversamente sarà come al solito, una organizzazione che difende i Diritti a senso unico e che non considera tutti allo stesso modo, specie se si è israeliani.

Sharon Levi

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