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Israele: tutte le mosse per isolare Gerusalemme

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Vogliamo tornare per un attimo al riconoscimento della Palestina come “Stato osservatore” alle Nazioni Unite e ragionare sul vero perché è stato attribuito ai palestinesi questo “riconoscimento” del tutto ininfluente sul piano pratico ma molto importante sul piano politico.

Prima di tutto spazziamo via qualsiasi velleità di “riconoscimento ufficiale” della cosiddetta Palestina. Non lo è nel modo più assoluto nonostante in tanti abbiano fatto a gara per far credere che lo sia. In effetti è solo una apertura di credito (l’ennesima) a Mahmoud Abbas (alias Abu Mazen) con la quale si tenta di restituire credibilità a un uomo che di credibilità non ne ha più. Punto, non serve niente altro per spiegare questa decisione. Non ci sono recondite ragioni volte a favorire i “moderati”, non c’è la volontà di isolare Hamas dietro a questa decisione. Hamas è tutto fuorché isolato avendo avuto l’aperto appoggio dell’Egitto e del Qatar oltre che, naturalmente, della Lega Araba.

Khaled Mashal, leader politico di Hamas, non è certo uno sprovveduto e se ha accolto con favore la decisione dell’Onu è perché in qualche modo ha bisogno in questo momento della copertura politica di Fatah, non certo perché sia nel suo interesse un riconoscimento della Palestina nei termini previsti dall’Onu. Anzi, se vogliamo essere onesti fino in fondo, Hamas ha ottenuto più in sei giorni di guerra di quanto non abbia ottenuto Abu Mazen (e Fatah) in anni e anni di finte trattative. Questa cosa deve far riflettere in particolare per due motivi: il primo è che Fatah è screditato prima di tutto tra i palestinesi e poi tra i Paesi arabi (l’Emiro del Qatar è andato a Gaza e non a Ramallah anche per lanciare un segnale in questo senso). Il secondo punto su cui riflettere è che ormai ci sono due “Palestine” ben distinte, da un lato la Cisgiordania, dall’altro Gaza.

Teoricamente e paradossalmente in questo momento per Israele è molto più conveniente trattare sottobanco con Hamas (via Egitto) piuttosto che apertamente con l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). Per questo è incredibile che le cancellerie Europee, l’Italia e altri alleati di Israele abbiano accolto la decisione dell’Onu come un modo di favorire i cosiddetti “moderati palestinesi”, ammesso che ci siano. Se c’è una cosa che la decisione dell’Onu non ha favorito è proprio la trattativa tra Israele e ANP. Meglio sarebbe stato da parte della comunità internazionale pretendere da Abu Mazen un ritorno al tavolo delle trattative senza precondizioni invece che inasprire le divisioni come poi è avvenuto a seguito della decisione dell’Onu.

E poi c’è da dire una cosa che tutti sembrano aver dimenticato: l’OLP (precursore della ANP) aveva ottenuto lo status di “osservatore” 40 anni fa. Chi non ricorda il discorso di Arafat all’Onu con la pistola in una mano e il ramoscello d’ulivo nell’altra? Che senso ha quindi questo nuovo riconoscimento che altro non è che la fotocopia di quello concesso ad Arafat?

La verità è che si è tentato (e si sta tentando) di isolare diplomaticamente Israele esattamente come avvenne 40 anni fa con il riconoscimento concesso all’OLP, un riconoscimento che poi diede il via alla prima intifada, alla dichiarazione di nascita dello Stato palestinese di Algeri (1988) e addirittura alla composizione di un inno nazionale palestinese (scritto da Mahmoud Darwish con musica di Mikis Theodorakis). Come finì poi la prima intifada lo ricordano tutti, ci furono gli accordi di Oslo (1993) che concedevano ai palestinesi il 99% di quanto da loro richiesto. Ed è questo che si vorrebbe ora, cioè che i palestinesi (nella fattispecie la ANP) ottengano tutto quello che chiedono magari con nuovi accordi che sostituiscano quelli di Oslo.

Ma pretendere che Israele ceda di nuovo come avvenne nel 1993 è davvero troppo. Tutti hanno visto che pur avendo tutto quello che chiedevano i palestinesi non si sono affatto accontenti e hanno continuato a chiedere ancora di più con il chiaro intento di arrivare come minimo ad uno Stato unico se non alla vera e propria cancellazione di Israele. Non è un caso che la ANP pretenda da Israele la rinuncia a dichiarasi uno Stato ebraico. Cosa gliene potrebbe importare ai palestinesi se uno stato indipendente si dichiara “ebraico” se non avessero altri intenti? Non ci sono forse “repubbliche islamiche”?

E allora dovrebbe essere più chiaro a tutti il perché Israele non ha accettato di buon grado la decisione dell’Onu e ha dato il via a nuove costruzioni a Gerusalemme Est e in Cisgiordania. Il motivo è drammaticamente semplice: la Palestina come la vorrebbero gli arabi non esisterà mai. Già esiste una “Palestina separata” che si chiama Striscia di Gaza con la quale Israele deve trattare in modo separato. Pretendere che tratti e magari ceda anche alle richieste di una ennesima Palestina è davvero pretendere troppo.

Qualcuno nei giorni scorsi, memore di quanto successe nel 1988, ha ventilato l’ipotesi di una nuova intifada (la terza), ma i tempi sono cambiati e Israele non cederebbe di un millimetro rispetto alle sue attuali posizioni proprio perché ha visto che trattare con la ANP (allora era l’OLP) non serve a niente. Non ci sarà una nuova Oslo, anzi, con la decisione dell’Onu si è sepolta definitivamente anche quella del 1993. E non sarà certo la minaccia di un isolamento diplomatico a far cambiare idea a Gerusalemme. In fondo, in questo momento il problema palestinese in versione ANP è quello che preoccupa di meno gli israeliani.

E a conferma del fatto che si sta cercando di isolare diplomaticamente Israele c’è il silenzio tombale dell’Europa e dell’Onu sulle vergognose parole pronunciate due giorni fa da Mashal nella sua visita a Gaza dove ha detto, senza tanti giri di parole, che l’obbiettivo rimane la distruzione di Israele e la deportazione degli ebrei. Mentre Mashal pronunciava quelle parole Catherine Ashton condannava la politica israeliana nei territori contesi ma non diceva una sola parola di condanna sulle minacce del leader politico di Hamas. E anche i singoli Stati, che pochi giorni prima avevano convocato gli ambasciatori israeliani per “esternare” il loro disappunto per la decisione del Governo israeliano di costruire nuove unità abitativa a Gerusalemme est, non hanno profuso parola su quanto detto da Mashal, come se fosse una cosa normale e scontata.

E mentre in Siria si è arrivati a 45.000 morti nella quasi totale indifferenza, il mondo continua a pensare al cosiddetto “problema palestinese”, un problema che invece di passare in secondo piano come dovrebbe (e meriterebbe) assorbe la quasi totalità delle politiche medio-orientali delle potenze europee. Come si fa allora a non pensare che il vero obbiettivo non sia l’isolamento di Israele?

Analisi di Miriam Bolaffi  –13 dicembre 2012