Italia: degrado sociale di una nazione. Tanto vale farsi giustizia da se

Un egiziano pluripregiudicato che violenta una ragazzina nel centro di Milano, operai cinesi clandestini schiavizzati e accatastati come sardine in dormitori di fortuna a Prato, gente che non può uscire di casa perché rischia di ritrovarsela occupata senza nemmeno il modo di potersela riprendere, un ragazzo ucciso a bastonate in carcere con la giustizia che non trova colpevoli. Benvenuti in Italia.

La cronaca delle ultime ore non è una cronaca eccezionale, è la quotidianità di un Paese ormai allo sbando, la rappresentazione vivente del degrado sociale a cui ci ha portato una politica dove accoglienza e permissivismo vengono sistematicamente confuse, dove delinquere e infischiarsene delle leggi non è un fatto eccezionale ma è la normalità.

Ieri ho avuto un battibecco con alcuni “amici epistolari” i quali mi hanno accusato di razzismo e di fascismo perché mi sono permesso di chiedere come mai un egiziano pluripregiudicato fosse ancora in Italia invece di essere rimandato al suo Paese. A questo siamo. Io devo accettare che un delinquente rimanga in Italia, accettare che possa tranquillamente delinquere perché se non lo faccio sono un razzista. Beh, sapete che vi dico? Se fossi il padre di quella ragazzina violentata dal criminale egiziano non avrei nemmeno perso il tempo a sporgere denuncia. Lo sarei andato a cercare e lo avrei sotterrato sotto due metri di terra perché tanto, c’è da giurarci, tra pochi mesi il criminale sarà di nuovo in giro. La chiamano giustizia fai da te oppure Far West, ma cosa ci rimane da fare se non farci giustizia da soli?

E’ il sistema che è sbagliano e non io che la penso così. Se un sistema manda il messaggio che in Italia si può delinquere, si può entrare tranquillamente in clandestinità, essere arrestati e poco dopo rilasciati, che non si viene espulsi veramente ma che ti danno solo un foglio dove “cortesemente” ti chiedono di rientrare nel tuo paese d’origine, se un Paese manda questi segnali c’è qualcosa in quel Paese che non va. Se un Paese non riesce a trovare i colpevoli di un omicidio (parlo di Cucchi) pur ammettendo che quell’omicidio c’è stato, se un Paese tollera da anni che migliaia di cinesi clandestini vengano schiavizzati, rinchiusi in grandi capannoni e costretti a lavorare per 20 ore al giorno, tutto alla luce del sole, non solo in quel Paese c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa di veramente marcio.

E poi sentiamo i soliti radical chic riempirsi la bocca con parolone come “accoglienza”, “Diritti Umani”, “integrazione” e addirittura “umanità”. Tutto molto bello, tutto molto giusto, ma quelle belle parole vanno bene solo se abbinate a un’altra parola: giustizia. Senza giustizia non c’è uno Stato sociale e oggi non c’è nulla di più lontano del nostro Paese dal concetto di giustizia.

E’ troppo chiedere che chi delinque paghi la sua pena? E’ troppo chiedere che se uno straniero commette un reato venga realmente espulso? E’ troppo chiedere che se mi occupi la casa io possa chiamare i carabinieri e farti sgomberare in pochi minuti? E’ troppo chiedere che pur nell’obbligo morale della accoglienza chi venga nel mio Paese abbia l’obbligo reale di rispettare le mie leggi? Se questo è chiedere troppo allora veramente siamo il Paese dei balocchi per i criminali di tutto il modo e tanto vale adeguarsi alle leggi del Far West e alla giustizia fai da te.

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by Franco Londei tempo di lettura: 2 min
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