Italia sotto minaccia islamica: guerra si, guerra no. Ma da chi dipende?

In questi giorni in cui assistiamo quasi attoniti all’avanzata dello Stato Islamico in Libia con il suo corollario di atroci violenze, giorni in cui per la prima volta dopo tanti anni abbiamo sentito esplicitamente minacciare l’Italia, ci troviamo con una opinione pubblica divisa tra chi vorrebbe una guerra senza quartiere al ISIS e chi invece vorrebbe una soluzione diplomatica.

Ora, la guerra non piace a nessuno (o quasi) e sarebbe sempre meglio trovare una soluzione diplomatica alle guerre. Questo credo che chiunque sia dotato di un minimo di cervello lo possa condividere. Ma per arrivare a una soluzione diplomatica servono alcune cose fondamentali che con l’ISIS sembrano non esserci:

  1. Serve una controparte disposta a dialogare
  2. Serve una controparte disposta a considerare la pace come una alternativa migliore alla guerra
  3. Serve una controparte disposta a fare concessioni

Per dirla tutta non mi sembra che lo Stato Islamico rientri in questi indispensabili parametri se non nelle menti bacate di Di Stefano o di Prodi che proprio domenica dagli schermi di Rai News 24 ci ha dato l’ennesima lezioni di politica andreottiana, quella politica secondo la quale con i terroristi è sempre meglio accordarsi piuttosto che andargli contro. L’Italia lo fece con l’OLP e provò a farlo persino con la mafia.

Bene, appurato questo, da chi dipende il fare o il non fare la guerra? Da noi che nonostante tutto vorremmo una soluzione diplomatica oppure dallo Stato Islamico che a una soluzione diplomatica nemmeno ci pensa?

Francamente non so se ridere o piangere quando sento gente come Vendola, Di stefano, Di Maio, Prodi e tanti altri parlare di “cercare di capire le motivazioni del ISIS e trattarci”. Ma cosa vuol dire? Come tratti con chi non vuol trattare e ha come unico scopo quello di sottometterti o ucciderti? Qui non siamo nemmeno nel campo del ridicolo, andiamo parecchio oltre. Sfioriamo la complicità.

Mi spiace dirlo, specie perché personalmente non amo affatto le guerre, ma con questa gente non si tratta. Loro, l’ISIS, non capiscono la parola “trattativa”, non sanno cosa vuol dire raggiungere un compromesso. Per loro o ci assoggettiamo alla loro ideologia, oppure dobbiamo morire. Punto. Il margine di trattativa finisce qui. E allora, o gli facciamo la guerra oppure decidiamo di capitolare. Non c’è una via di mezzo. Non dipende da noi scegliere la guerra oppure no. L’unica cosa che possiamo scegliere e se resistere o morire.

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