Italiani detenuti all’estero – la morte di Daniele Franceschi: una riflessione a freddo

Sarebbe troppo facile strumentalizzare la morte di Daniele Franceschi, il detenuto italiano morto in Francia in circostanze ancora tutte da chiarire. Ma noi non lo vogliamo fare. E’ già stato fatto da diverse testate giornalistiche che parlano di questo problema sociale solo quando c’è una tragedia, oppure è stato fatto da qualche politico che si ricorda che ci sono quasi 3.000 italiani detenuti all’estero solo quando ha l’occasione di attaccare il Ministro degli Esteri per mere ragioni politiche e non per un reale senso di responsabilità morale (l’attacco di Leoluca Orlando a Frattini è semplicemente ridicolo).

Nossignori, non serve assolutamente a niente usare il dolore della famiglia di Daniele Franceschi per ricordare ai politici (e alla stampa) che esiste un gravissimo problema assolutamente sottovalutato dalle nostre Istituzioni perché occorre dire che, se è vero che Leoluca Orlando sbaglia ad attaccare il Ministro Frattini, è altrettanto vero che il tardivo interessamento dello stesso Frattini è altrettanto strumentale. Non si può chiudere la stalla quando i buoi sono fuori.

E qui che vorrei aprire una seria riflessione sul problema dei detenuti italiani all’estero e su quei cittadini italiani che, seppur non detenuti, si trovano in gravi difficoltà in terra straniera. Sulle inefficienze dei nostri Consolati e Ambasciate ne abbiamo ampiamente parlato (in coda all’articolo trovate il nostro rapporto 2010), quello che piuttosto colpisce è che nonostante tali inefficienze siano così palesemente evidenti, sopratutto per chi come noi o per le famiglie dei detenuti ha a che fare quotidianamente con queste strutture, non vi sia la volontà politica di porvi rimedio. E’ vero, c’è qualche eccezione. Ad una mia critica forse troppo accesa, l’Ambasciatore italiano negli Emirati Arabi Uniti, Paolo Dionisi, mi ha scritto una lunga lettera nella quale non solo spiega la sua versione dei fatti ma dimostra anche e soprattutto la volontà di trovare una soluzione al problema specifico. Quello dell’Ambasciatore Dionisi, non è un caso isolato. Diverse ambasciate e numerosi consolati collaborano fattivamente nel risolvere i numerosi problemi che devono affrontare i nostri connazionali detenuti o in difficoltà all’estero. Ma è ancora troppo poco.

Vi sono detenuti italiani all’estero che vivono una detenzione da girone dantesco senza che nessuno osi chiedere per loro il rispetto dei più elementari Diritti Umani. Ci sono persone gravemente malate che non ricevono assistenza. Persone che da anni sono in attesa di giudizio (quindi non ancora condannate) detenute in maniera arbitraria in carceri dove la cosa più piacevole che può capitarti è prendere una epatite virale. Vi sono detenuti che da mesi attendono il trasferimento in Italia per finire la loro pena come previsto dal Protocollo di Strasburgo senza che nessuno si adoperi per loro onde favorire questo trasferimento. E poi vi sono le famiglie a casa. Molte di loro si dissanguano finanziariamente per garantire ai loro congiunti un minimo di assistenza legale. Spesso, purtroppo, finiscono nelle mani di avvocati senza scrupoli che pur ricevendo parcelle altissime per le tariffe applicate nel Paese di residenza, non fanno assolutamente niente per aiutare i nostri connazionali. In molti casi spariscono con il malloppo lasciando la famiglia senza nemmeno le risorse per rivolgersi ad altri avvocati. Vi sono paesi dove la detenzione di stranieri è un vero e proprio business. In tutto questo le Istituzioni italiane sono latitanti.

Quando le luci della ribalta si saranno spente sul caso di Daniele Franceschi, tutto tornerà come prima. Leoluca Orlando (o chi per lui) troverà un’altra strada per attaccare il Ministro degli Esteri, Frattini tornerà a fare quello che ha fatto fino ad oggi e tutti i giornali che oggi scrivono articoli indignati, si dimenticheranno del problema. Almeno fino al prossimo morto di cui si verrà a conoscenza, perché di molti non ne sapranno mai niente.

La nostra associazione in questo momento segue circa 300 casi di italiani detenuti all’estero. Tra questi ve ne sono almeno una ventina dove i cittadini italiani sono stati e vengono tuttora percossi quasi quotidianamente dagli atri detenuti o dai secondini. Ve ne sono nove dove il loro stato di salute è gravemente compromesso ( per esempio, un caso a Santo Domingo dove il detenuto ha avuto tre infarti in pochi giorni). Vi sono casi giudiziari chiaramente montati ad hoc, casi dove le prove sono palesemente artefatte quando non inventate. Casi di detenzione per aver rifiutato di elargire una mazzetta alla polizia. Insomma, c’è di tutto e di più. Certo, in moltissimi casi parliamo comunque di persone colpevoli di aver commesso un reato (che magari da noi sarebbe considerato minore), ma che in ogni caso hanno i loro sacrosanti Diritti. Tutto questo sembra non interessare le Istituzioni italiane.

Vorrei che chi legge questo articolo riflettesse su queste cose, perché tremila famiglie italiane finite letteralmente sul lastrico per garantire ai propri cari quello che le Istituzioni non garantiscono, è un problema sociale prima ancora che una cosa non degna di un Paese civile. E’ vero, in Italia abbiamo tanti altri problemi, ma vorrei che ogni tanto qualcuno si ricordasse anche di queste persone, questi cittadini italiani senza Diritti detenuti in prigioni medioevali con metodi preistorici e barbari, spesso arbitrariamente. Vorrei che non ci si ricordasse di loro solo quando ci scappa il morto.

Franco Londei

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