Il “giardino delle donne” a Kabul  prima dell’avvento dei talebani era un luogo, un giardino appunto, riservato esclusivamente alle donne e dove esse potevano scoprirsi il capo e prendere il sole all’aperto senza essere coperte da capo a piedi dagli orribili burqa e nemmeno da semplici veli. Nel giardino vi erano decine di mandorli che durante la calda estate afghana davano sollievo alle donne che si sedevano sotto la loro ombra per proteggere la loro pelle resa delicata dal continuo oscuramento dei veli e dei burqa. Era un’oasi nel deserto della misoginia più accanita e intransigente.

Poi i talebani decisero che quel posto era un insulto al Corano, che era osceno. Ne decisero quindi la chiusura. I tanti mandorli e gli altri alberi vennero usati come legna da ardere mentre proprio al centro di quello che una volta era il giardino delle donne dove c’era una fontana da dove zampillava acqua tutto l’anno venne costruita una specie di arena per il combattimento dei galli. Il resto venne usato come una discarica.

Oggi, con la cacciata (teorica) dei talebani quel giardino è rinato grazie all’impegno di Care International e dei finanziamenti elargiti da USAID. Sono stati piantati 3.500 mandorli, è stata rimossa tuta l’immondizia accumulata durante gli oltre 30 anni in cui i talebani hanno usato questa oasi come un discarica. In totale tre ettari di terreno circondato da un alto muro che sono tornati di Diritto alle donne afghane a cui apparteneva dalla notte dei tempi.

E così le donne di Kabul possono tornare finalmente in quel luogo dove spogliarsi degli orribili e pesantissimi burqa e possono finalmente tornare a far battere i raggi del sole sulla faccia. Non è stato facile per Karima Salik, la direttrice del progetto, convincere le centinaia di uomini che si opponevano fermamente a questo restauro, ma c’è riuscita. Ora arrivano le minacce da parte degli integralisti tanto che è stato necessario fare due muri di protezione per entrare nel giardino, il primo controllato dalla polizia e il secondo controllato da agenti donna che fanno togliere il burqa a coloro che entrano per accertarsi che sotto il velo non si nasconda un kamikaze.

Se la notizia da un lato fa gioire, dall’altro spinge a fare una riflessione seria su quella che è la situazione dei Diritti delle donne nell’Afghanistan del “dopo-talebani”. Se le donne di Kabul, cioè della capitale, sono costrette ad andare nel “giardino delle donne” per potersi liberare momentaneamente del burqa, cosa accade nei villaggi o nelle piccole città afghane? Cosa è cambiato con la “cacciata” dei talebani ammesso che detta cacciata sia mai effettivamente avvenuta? Dove sono finiti i proclami di “libertà per le donne afghane” fatti dalla coalizione militare che ha invaso l’Afghanistan dopo l’11 settembre?

Oggettivamente ho l’impressione che, fatta eccezione per pochi e isolati casi, per i Diritti delle donne afghane sia cambiato ben poco. Certo ci sono Ong che implementano progetti dedicati ai Diritti della donna, ma spesso sono osteggiate dai locali tanto che molte di loro (alcune anche italiane) sono state costrette a interrompere i progetti. L’Afghanistan, nonostante le promesse, rimane un Paese profondamente misogino dove per le donne l’unico modo per spogliarsi del burqa è quello di andare in questa piccola isola nel mare misogino dell’Afghanistan. Solo che di “giardini delle donne” ce n’è uno solo e non è detta che riuscirà a sopravvivere. Paradossalmente è proprio questa oasi di libertà ad essere l’emblema della misoginia afghana.

Comments are closed.