Kurdistan: la primavera curda che la Turchia non vuole

Written by | Secondo Protocollo

Kurdistan turco e iracheno – «Altro che “operazione piombo fuso”, quella turca è una vera e propria operazione di pulizia etnica». A parlare così è un ufficiale delle “Guardie regionali curde”, l’esercito della Regione autonoma del Kurdistan (il Kurdistan iracheno) nel commentare l’operazione militare turca in corso ormai dal 24 luglio sia nel Kurdistan turco che in quello iracheno.

«I turchi stanno impegnando migliaia di uomini sul terreno, aerei, elicotteri, mezzi blindati. Attaccano ogni villaggio dove sospettano si nascondano i ribelli del PKK e non vanno per il sottile. Buttano giù tutto con le persone dentro. Uomini, donne, vecchi e bambini » dice ancora l’ufficiale. Fonti ufficiali del Governo turco parlano dell’uccisione di 115 ribelli curdi dall’inizio dell’offensiva, ma nessuno ha fatto il conto dei morti civili che, secondo un portavoce della Regione autonoma del Kurdistan, sono centinaia.

I turchi non permettono ai giornalisti di introdursi nell’area dei combattimenti e quelli che vengono trovati a fare riprese o domande finiscono nelle carceri turche senza tante storie. Ieri, sul versante del Kurdistan siriano, a farne le spese è stato un giornalista israeliano, Roee Ruttenberg, che stava riprendendo una operazione dell’esercito turco nel Kurdistan siriano. E’ stato bloccato dai servizi segreti turchi e incarcerato insieme al suo fotografo e al suo operatore. Solo ieri sera ha potuto telefonare alla sua redazione per dire che stava bene.

Questo fatto apre una riflessione su quanto sta avvenendo in tutta la regione del Kurdistan che, lo ricordiamo, è occupata da ben cinque Stati: Turchia, Iraq, Iran, Siria e Armenia. La relativa indipendenza conquistata dal Kurdistan iracheno (Regione autonoma del Kurdistan) dopo la cacciata di Saddam Hussein, sta spingendo la popolazione del Kurdistan siriano a fare altrettanto. Nei giorni scorsi il PYD (Democratic Union Party), la coalizione dei partiti curdi in Siria, ha dichiarato l’indipendenza della regione del Kurdistan siriano da Damasco. Questa mossa ha allarmato terribilmente Ankara che teme ripercussioni anche nel Kurdistan turco. Così l’esercito turco ha avuto ordine di schierare migliaia di soldati anche lungo il confine con la regione curdo-siriana, pronti ad intervenire se ci fosse il minimo sospetto che da quella zona partano “segnali” verso il Kurdistan turco. Qualche scaramuccia c’è già stata e Ankara sta facendo la voce grossa promettendo un intervento armato se il Kurdistan siriano non recede dalla sua decisione di dichiararsi indipendente da Damasco. Ieri il Primo Ministro turco, Recep Tayyep Erdogan, ha fatto sapere che un intervento armato (di terra e/o aereo) nella regione del Kurdistan siriano “rientra nel Diritto alla difesa della Turchia”.

E’ lampante che la “primavera curda” spaventa terribilmente la Turchia e che Ankara sta facendo di tutto per reprimerla sul nascere. La scusa è sempre la stessa: dare la caccia ovunque ai guerriglieri indipendentisti del PKK, che siano i monti del Kurdistan iracheno o di quello siriano, fa poca differenza. L’importante è picchiare duro e non permettere al Kurdistan di riunificarsi. Peccato che in occidente nessuno ne parli. Chissà, sarà perché i curdi non sono arabi.

Noemi Cabitza

Last modified: Dic 3, 2017