I piani dell’attacco a Gaza sono pronti ormai da mesi negli uffici del Ministero della Difesa israeliano. E quando giovedì 18 agosto i terroristi della Jihad Islamica hanno compiuto l’attentato ad Eilat, le cartelle con i piani sono subito finite sul tavolo del Ministro Ehud Barak.

Il piano è terribile e prevede un attacco massiccio su più fronti (da terra, dal cielo e dal mare) da compiersi con estrema velocità. Nel giro di poche ore tutte le infrastrutture militari di Hamas (già perfettamente individuate) sarebbero state distrutte. Allo stesso tempo tutti i missili, specie quelli a lungo raggio, che il nemico sarebbe riuscito a lanciare verso Israele, sarebbero stati intercettati e distrutti dal sistema Iron Done. L’esercito era già pronto. Molti militari della riserva erano stati richiamati o messi in stato di pre-allarme. Tutto faceva pensare che da un minuto all’altro l’esercito israeliano sarebbe entrato a Gaza anche perché i missili piovevano come noccioline. Hamas non avrebbe avuto scampo. Nemmeno il tempo di un respiro e tutto sarebbe finito. Questa volta l’IDF non avrebbe ripetuto gli errori commessi in Libano e, in parte, nell’Operazione Piombo Fuso.

Poi, quando il conto alla rovescia per l’attacco era già iniziato, successe qualcosa di imprevisto. Mentre l’Egitto iniziava una trattativa segreta con i leader di Hamas e con Gerusalemme, un rapporto del Mossad arriva sulle scrivanie del Premier e del Ministro della Difesa israeliani. In quel rapporto si evidenzia con chiarezza che la leadership di Hamas era rimasta effettivamente molto sorpresa dell’attentato di Eilat. Nessuno ne sapeva niente o se lo aspettava. Addirittura il rapporto parlava di “grande imbarazzo della leadership di Hamas”. A quel punto il Premier il Premier israeliano in persona ordina responsabilmente di interrompere il conto alla rovescia per l’attacco per dare tempo alla intelligence di capire cosa effettivamente fosse successo. Un secondo rapporto del Mossad evidenziava come da mesi i servizi israeliani si aspettavano un attacco del genere (tutti erano stati avvisati) anche se si prevedeva qualcosa nel Sinai e non i territorio israeliano. Lo stesso rapporto evidenziava come a organizzare quegli attentati fossero elementi estranei ad Hamas e probabilmente riconducibili ad ambienti vicini o finanziati dagli iraniani. L’obbiettivo era semplice: distogliere l’attenzione dalla Siria, aprire un nuovo fronte a sud e allo stesso tempo aprire una campagna denigratoria verso Israele, cosa che in un momento in cui tutto il mondo islamico è in subbuglio, avrebbe avuto effetti devastanti per Gerusalemme. Un terzo rapporto dell’intelligence israeliana faceva notare come Teheran avesse deciso di interrompere il flusso di denaro verso Hamas in quanto il gruppo terrorista palestinese non avrebbe ottemperato alle richieste iraniane di commettere attentati contro Israele allo scopo di raggiungere gli obbiettivi di cui sopra. Dal rapporto si evidenzia come Teheran stia invece finanziando a grandi mani la Jihad Islamica. Messi insieme i pezzi, il Premier israeliano in accordo con il Ministro della Difesa, ha deciso responsabilmente di interrompere in maniera definitiva il conto alla rovescia per l’attacco a Gaza.

Quindi, solo il comportamento estremamente responsabile del Premier israeliano ha evitato una nuova guerra con Gaza. Certo, l’intelligence ha avuto il suo ruolo importante, tanto che la prima reazione israeliana è stata quella di colpire chirurgicamente la leadership della Jihad Islamica e non Hamas. Un altro fatto certamente importante è stato senza dubbio la valutazione di quelle che sarebbero state le conseguenze di un attacco a Gaza sulla situazione in Egitto dove la Fratellanza Musulmana, alla quale Hamas si ispira, controlla ormai la piazza. Un eventuale attacco, per quanto legittimato dal continuo lancio di missili su Israele, avrebbe infiammato l’Egitto mettendo in pericolo l’attuale leadership egiziana che, sebbene non propriamente amica di Gerusalemme, è quantomeno disposta a rispettare gli accordi di pace di Camp David e i rapporti di buon vicinato.

E’ molto seccante quindi vedere i soliti avvoltoi filo-islamici (Amnesty International e Human Rights Watch in primis) parlare di “risposta sproporzionata israeliana all’attentato di Eilat”. Israele si è comportato in maniera assolutamente responsabile facendo di tutto per evitare una nuova guerra, come magari a Teheran speravano, e colpendo chirurgicamente gli autori dell’attentato.

Sarah F.

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