Libia e gli altri: è forse ora che la politica odierna impari dagli sbagli del passato

Articolo di Wirginia Loboda – La Francia é stata la prima, poi la Gran Bretagna, in seguito gli altri Stati Europei in modo o nell’altro hanno dato il loro sostegno. Sembra che questa storia sia già stata scritta da qualche parte, una settantina di anni fa….Cambia il gioco di forze, rimane la stessa realtà, per anni si tace e tacitamente si sostiene e poi, quando é ormai tardi, ci si assiste a migliaia di vite spente tutte d’un colpo, e ci si risveglia in guerra.

La guerra non é mai inevitabile, é sempre l’effetto di un pensiero più breve rispetto alla lungimiranza della storia. E’ l’effetto del silenzio di chi tace, di chi sostiene, coopera e “sviluppa”, di chi risolve il problema per il momento  senza preoccuparsi del suo effetto nel futuro. In tutto questo ci dev’essere sempre un ritorno materiale e l’economia che gira.

Gheddafi aveva già dato prova della sua forza negli anni 80, aveva fatto vedere che era pronto a tutto e niente e nessuno l’avrebbe fermato.

Qualche anno di castigo, embargo e tentato isolamento internazionale non hanno resistito a lungo, l’odore del petrolio era più forte di qualsiasi razionalità di gestione dei rapporti internazionali. Nel 2004  l’UE toglie l’embargo alla Libia e comincia una fase di restaurazione dei rapporti attraverso una serie di aiuti allo sviluppo in cambio di un aiuto all’Europa per gestire l’immigrazione africana. E’ cosi che Gheddafi capisce che oltre al petrolio ha in mano un’altra arma, forse ancora più potente. L’Italia, ingorda di profitto, si scusa per il passato ( come giusto che sia, se si trattasse di un vero pentimento), in vista di un affare futuro: “più petrolio e meno clandestini”. Poi arriva anche la omissione Europea che nel 2008 pensa di seguire l’Italia e di fare la parte del buon mercante. L’idea generale é che bisogna  far uscire Gheddafi dall’isolamento internazionale, anche se molti avvertono: é pericoloso fare affari con un dittatore. Ma queste voci sono troppo deboli rispetto a quel narcotizzante odore di petrolio che rende sempre più dipendenti.

Allora la Libia approfitta dei soldi e costruisce, grazie ai finanziamenti italiani e dell’EU, dei veri e propri centri di concentramento (anche se chiamati “di detenzione”), campi dai quali non si esce vivi oppure si viene mandati alla morte nel deserto. Stupri, torture, abusi, detenzione senza limite e, l’unica salvezza, un parente che riesca a fare una colletta e liberare un figlio o una figlia da quell’inferno. Mercenari in stretto contatto con la polizia, affamati di carne fresca, di violenza, di soldi, gli stessi che hanno sostenuto per anni, e sostengono nel momento della guerra, il regime di Gheddafi. Hanno creato un affare immigratorio immenso, contrabbandieri di vite umane vendute alla polizia, schiavizzate, perse poi nel deserto o nel cimitero marittimo. Le stesse vite di cui l’Europa ha avuto cosi tanta paura da proporre al Colonello 60 milioni d’euro in vista dei futuri accordi. Il “non problema” che é diventato una vera emergenza nel momento in cui sono ora sono gli stessi libici a fuggire dal mattatoio del dittatore.

Gheddafi non ha voluto firmare la Convenzione di Ginevra (per lui i sudafricani non hanno diritto all’asilo), alla quale si sono appigliati gli ultimi disperati di questo massacro dei diritti umani. Tanto, a cosa servirebbe la sua firma se nessun patto  é mai stato abbastanza vincolante per il “l’onnipotente” rais?

Cosi siamo arrivati al giorno d’oggi, alla “no fly zone”, alla poca coordinazione delle forze in azione, alla divisione del popolo libico, ai pezzi dei corpi sbranati da una bomba, all’implorazione di un medico disperato che chiede che la Nato intervenga, che l’interro mondo agisca senza guardare inerti la morte di un popolo.

Di nuovo si assiste al totale svuotamento del significato della vita, alla confusione dei media, e alla paura dell’irrazionalità di una guerra.

Il sentimento di chi guarda il gioco dei politici é sempre più quello che dal passato ci si impara poco e niente, che neanche una guerra insegna che, per avere la pace, non si può vendere un diritto umano.

16 marzo, F. Piovera propone al Parlamento che gli accordi con la Libia sull’immigrazione siano negoziati con il nuovo governo provvisorio a patto che esso rispetti i diritti umani. La guerra é in atto , ma ci si preoccupa già del dopo.

“Rome wasn’t build in a day”, come la democrazia non si costruisce da un giorno all’altro, così non si può  pretendere da un paese , che non hai mai assaporato il suo gusto, di saperlo riconoscere immediatamente. Il popolo libico per anni ha guardato gli eventi senza poter prenderne parte, paralizzato da un dittatore, e ora , senza che esso sia stato liberato, pretendiamo che si alzi e cammini come gli altri.  Forse si é coscienti che quella del rispetto dei Diritti Umani e degli accordi di riammissione é un paradosso, dal momento in cui nessuno fugge da dove si sta bene, da un paese ricco, pieno di petrolio e democratico, e che in un mondo dove la Libia e gli altri Stati instabili, si dovessero avvicinerà a tale rispetto, il problema – “non problema” non avrà ragione di esistere .

Wirginia Loboda

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