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Marò sequestrati in India: ci toccherà pagare il riscatto

Se c’è qualcuno che può dare forza ai due marò sequestrati in India con l’accusa di omicidio, questi è il mio amico Giovanni Falcone. Lui ha condotto una lotta senza quartiere per anni pur di riuscire a riportare a casa suo figlio e un amico, accusati ingiustamente di traffico di droga e infine liberati, senza nemmeno una scusa, dopo oltre tre anni di carcere durissimo.

Giovanni lo sa come funzionano le cose in India, solo che lui oltre a dover combattere con il sistema indiano, che qualcuno chiama con molto ottimismo “un sistema democratico”, ha dovuto combattere con l’iniziale menefreghismo delle istituzioni italiane (la prima visita consolare dopo sei mesi e solo dopo una campagna via web e per altre strade davvero aggressiva). I due marò almeno non possono dire di essere poco assititi.

E allora perché, nonostante le evidenze e il Diritto Internazionale, sono ancora nelle mani indiane? Dato per scontato che agli indiani non interessa affatto la giustizia ma gli preme trovare il modo di spremere un po’ di soldi agli ingenui italiani (è la stessa tecnica usata con Falcone e Nobili e con tanti altri italiani che hanno la sfortuna di cadere nelle trappole della polizia indiana), quello che stupisce più di tutti è la sostanziale inutilità delle mosse fatte dalla Farnesina. E’ come andare a sbattere contro un muro, pur essendo completamente dalla parte della ragione. Ho l’impressione che quello che il Ministro Terzi chiama “pragmatismo” sia in effetti un sintomo di estrema debolezza delle nostre istituzioni e in particolare di quelle che dovrebbero tutelare gli interessi italiani all’estero. E’ come se non avessimo le “palle” per poter alzare la voce.

A dire il vero non è una novità che l’Italia sia “debole” e “svogliata” quando si tratta di difendere i Diritti dei cittadini italiani all’estero, io l’ho visto un sacco di volte in tanti casi che ho trattato sia personalmente (con Secondo Protocollo) che attraverso altre persone. Ma almeno in questo caso pensavo che, visto il caso particolare e la mobilitazione di massa, riuscissero almeno a farsi rispettare un minimo. Invece mi sbagliavo. Anche in questo caso emerge prepotente la debolezza italiana. E’ come se non sapessimo andare oltre un certo limite. E non mi si venga a dire che “la diplomazia vuole i suoi tempi”, non c’è niente da mediare diplomaticamente quando si tratta di Diritto Internazionale. Provate, solo per un attimo, a pensare cosa sarebbe successo se al posto dei due marò italiani ci fossero stati due marines americani o militari tedeschi, inglesi e via dicendo. Avrebbero fatto un tale casino da far venire giù i palazzi di New Delhi. Invece noi nemmeno una protesta ufficiale all’Onu abbiamo fatto. Eppure ne avremmo di cosa da dire.

Pragmatismo, lo chiama così il Ministro Terzi. Debolezza la chiamo io, estrema e vergognosa debolezza, come con il Brasile per il caso Battisti, come con decine e decine di altri casi di italiani detenuti illegalmente all’estero. La mia associazione non si occupa più di italiani detenuti all’estero (solo alcuni casi più gravi) ma debbo purtroppo constatare che nemmeno la pressione dei media (come nel caso dei due marò) riesce a smuovere la nostra struttura estera. E alla fine pagheremo il solito riscatto pur di riportare a casa i due ragazzi, perché solo questo sappiamo fare bene, pagare i riscatti.