Medio Oriente: intervista a Ruben Weizman (Watch International). Il punto sulla situazione

La situazione in Medio Oriente sembra prendere sempre più una brutta piega. Mentre l’Italia e l’Europa sono “distratti” da tematiche francamente ridicole e da lotte politiche fini a se stesse, il mondo si avvia decisamente verso un conflitto che potrebbe sconvolgere non solo tutto il Medio Oriente ma potrebbe mettere in ginocchio l’intera economia globale già duramente messa alla prova dalla crisi mondiale. Ne abbia parlato con Ruben Weizman, responsabile per il Medio Oriente di Watch International ed esperto analista di questioni militari e medio-orientali.

Miriam Bolaffi: sig. Weizman, l’ambasciatore israeliano a Washington, Michael Oren, ha detto che la crisi tra Israele e Stati Uniti seguita all’annuncio del Governo israeliano di voler costruire altre case a Gerusalemme Est, è la più grave crisi tra USA e Israele dal 1975. Lei concorda con questa analisi?

Ruben Weizman: non del tutto. Sicuramente l’annuncio dato in concomitanza con la visita del vice-Presidente americano, Joe Biden, è stata una pessima mossa politica che ha messo in imbarazzo l’amministrazione americana. Tuttavia l’alleanza strategica tra gli Stati Uniti e Israele va molto oltre le semplici forme diplomatiche. Non è la prima volta che l’amministrazione Obama e il Governo israeliano si trovano in disaccordo sulla linea da tenere nei confronti dei palestinesi. Obama vorrebbe da parte di Gerusalemme un approccio più accondiscendente verso la questione palestinese e, soprattutto, vorrebbe che Israele rinunciasse a Gerusalemme come capitale dello Stato Ebraico. Questa è una richiesta non accoglibile dal Governo israeliano a prescindere da che tipo di Governo sia al comando e a prescindere dal momento. Benjamin Netanyahu non ha fatto altro che ribadire questo concetto. Nessuna offesa verso l’amico americano, solo l’affermazione senza fraintendimenti che su Gerusalemme non si tratta.

Miriam Bolaffi: in questi giorni in occidente rimbalzano notizie di scontri tra giovani palestinesi e militari israeliani nella Spianata delle Moschee e in diversi luoghi della Cisgiordania. Qualcuno parla di terza intifada. Lei è d’accordo? E’ l’inizio della terza intifada?

Ruben Weizman: sicuramente la tensione è molto alta, ma non credo ci si trovi di fronte all’inizio della terza intifada. L’Autorità Nazionale Palestinese che controlla la Cisgiordania è molto attenta a non rovinare il lavoro di anni. Senza dubbio Hamas, dopo Gaza, sta cercando di infiltrare anche la Cisgiordania e in parte forse c’è riuscito facendo leva soprattutto su una parte di giovani disadattati e ai limiti della società palestinese. Tuttavia i passi avanti, in termini di qualità di vita, fatti in Cisgiordania sono evidenti a tutti e non credo che la ANP permetta una nuova intifada con il rischio di consegnare la West Bank ad Hamas e di tornare al medio evo come è avvenuto a Gaza.

Miriam Bolaffi: eppure alcuni media in occidente parlano di rivolta palestinese e di dura repressione israeliana. In particolare si pone l’accento sulle ragioni religiose che sono alla base degli scontri nella Spiana delle Moschee e sulla decisione del Governo israeliano di mettere sotto tutela la Tomba di Rachele a Betlemme e la Tomba dei Patriarchi a Hebron. L’annuncio della costruzioni di nuovi alloggi a Gerusalemme Est sarebbe solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Ruben Weizman: le ragioni religiose sono alla base di ogni conflitto medio-orientale. Gli arabi, e ora anche i persiani, vorrebbero spazzare via Israele non perché dia fastidio agli altri Stati o perché abbia commesso aggressioni ingiustificate ma semplicemente perché non possono accettare uno Stato ebraico in mezzo al cuore dell’Islam. E’ chiaro che ogni decisione presa dal Governo di Gerusalemme per tutelare i luoghi sacri alla religione ebraica vengono visti come un attacco all’Islam. In effetti, la decisione del Governo israeliano di mettere sotto tutela la Tomba di Rachele e la Tomba dei Patriarchi, due luoghi sacri a tutte e tre le religioni monoteiste, non è un tentativo di “ebraicizzare” luoghi islamici ma di tutelarli per tutti.

Miriam Bolaffi: si è anche detto che gli israeliani vorrebbero distruggere la Grande Moschea di al-Aqsā per costruirci una sinagoga.

Ruben Weizman: sono fandonie messe in giro ad arte per innalzare la tensione, ma non ci credono nemmeno gli arabi. Piuttosto è scandaloso che qualcuno si sia indignato per l’inaugurazione della restaurata sinagoga di Hurvà dopo che erano stati proprio gli arabi a distruggerla con atti di vandalismo inqualificabili (orinarono persino sulle tombe dei defunti ebrei).

Miriam Bolaffi: prima ha accennato al fatto che i persiani (l’Iran) siano intenzionati a spazzare via Israele. Ritiene questa una minaccia credibile?

Ruben Weizman: Ahmadinejad è stato chiaro sulle sue intenzioni più di una volta, quindi la minaccia non è solo credibile ma è assolutamente concreta. Il dittatore persiano lavora da anni a questo progetto. Non credo che ci sia qualcuno che possa onestamente dubitarne.

Miriam Bolaffi: eppure in molti, anche in occidente, sostengono che non sia vero e difendono Ahmadinejad a spada tratta come difendono il Diritto dell’Iran di dotarsi di armi nucleari non fosse altro per bilanciare il supposto possesso di armi atomiche di Israele.

Ruben Weizman: è chiaro che per la larga schiera di antisemiti arabi e occidentali in questo momento Ahmadinejad è un idolo. E’ apertamente negazionista, antisemita e non perde occasione per lanciare accuse su Israele. In molti vedono in lui il nuovo Saladino, colui che punirà i “corrotti governi arabi” che non fanno abbastanza per distruggere Israele ed esporterà in tutto il mondo la rivoluzione islamica così come predica il Corano. I sostenitori occidentali di Ahmadinejad (che sono tanti) sono aggregati alla causa del dittatore persiano solo per comodità e per profondo antisemitismo. A loro non importa che massacri il suo stesso popolo, che violi ogni forma di Diritto Umano e Internazionale. L’obbiettivo che si è posto apertamente Ahmadinejad, quello cioè di distruggere Israele, fa sorvolare su tutto.

Miriam Bolaffi: come si ferma Ahmadinejad?

Ruben Weizman: ormai è troppo tardi per fermarlo con le sanzioni o con la diplomazia. Temo, purtroppo, che non ci sia altro modo che distruggere le centrali nucleari iraniane. Se si è arrivati a questo punto, è bene ricordarlo, molta della responsabilità ricade su un certo Mohamed ElBaradei, ex direttore dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) che per anni ha deliberatamente nascosto i progressi iraniani nel settore nucleare. Non è un caso che ElBaradei ora punti alla presidenza dell’Egitto, uno dei pochi paesi musulmani amico di Israele.

Miriam Bolaffi: non teme che un attacco militare all’Iran, anche se limitato alle centrali atomiche, possa rafforzare Ahmadinejd e indebolire la dissidenza interna?

Ruben Weizman: purtroppo è una possibilità reale. L’occidente ha perso una buona occasione di abbattere Ahmadinejad quando non ha sostenuto con forza e apertamente le forze riformiste iraniane scese in piazza contro il dittatore e contro la nomenclatura religiosa. Il popolo iraniano è un grandissimo popolo che merita il massimo. Invece è soffocato da un regime violento e sanguinario e da un sistema religioso che ne blocca lo sviluppo. Sembrerà strano, ma anni fa Israele e Iran avevano gli stessi obbiettivi geo-politici, gli stessi nemici (Saddam Hussein e alcuni paesi arabi sunniti) e molte volte, anche se segretamente, hanno proficuamente collaborato. Il popolo persiano e il popolo ebraico hanno molte più cose che li accomunano di quante li dividano. Ambedue hanno sempre dovuto combattere contro l’odio arabo, ambedue sono stati aggrediti dagli arabi e hanno dovuto combattere per sopravvivere. Personalmente credo che se il popolo iraniano riuscisse a liberarsi della dittatura degli Ayatollah sboccerebbe come un fiore a primavera e potrebbe diventare uno dei popoli migliori del mondo, sicuramente uno dei popoli più all’avanguardia. Purtroppo questo lo sanno anche gli arabi e gli estremisti islamici e, si sa, un popolo altamente sviluppato non si fa soggiogare dalla religione. Credo che sotto, sotto, Ahmadinejad faccia comodo a parecchia gente.

Miriam Bolaffi: molti analisti sostengono che se le centrali atomiche iraniane venissero attaccate Israele verrebbe a sua volta attaccata da Hezbollah e contemporaneamente da Hamas. Forse anche dalla Siria. Si innescherebbe un conflitto regionale di grandi dimensioni. Cosa ne pensa?

Ruben Weizman: anche questa è una possibilità concreta. Teheran lavora da diversi mesi al potenziamento militare di Hezbollah e di Hamas proprio in previsione di un attacco. Sono meno convinto di un coinvolgimento diretto della Siria. Tuttavia, ritengo che è un rischio che si debba correre. Qui non stiamo parlando di un conflitto per la conquista di una terra o per il controllo di risorse. Qui si parla della sopravvivenza del popolo ebraico messa in serio pericolo da un folle che dichiara apertamente di volerlo sterminare. Parliamo quindi di un conflitto per la sopravvivenza. In questo caso non si possono fare calcoli.

Ringraziamo Ruben Weizman per questa intervista che è la prima di una serie di interviste al personale di Watch International. La prossima sarà al responsabile del settore Africa.

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