Missioni di pace o guerra? Quella differenza che i pacifisti non colgono

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In molte occasioni ho avuto modo di dibattere, anche animatamente, sulla necessità  o meno di far scortare in zone ad alto rischio i convogli umanitari da forze armate, esercito o altro che sia. Secondo molti cultori dell’intervento umanitario nudo e puro la scorta armata ai convogli umanitari è una cosa immorale, una specie di controsenso.

Io la penso diversamente. Secondo me la priorità è portare l’aiuto umanitario e se devo scegliere tra il non portarlo perché senza una scorta armata mi sarebbe precluso, preferisco portarlo con una bella scorta armata.

Ho fatto questa breve premessa per evidenziare come in zone di guerra l’appoggio militare alle azioni umanitarie sia non solo fondamentale, ma in alcuni casi addirittura indispensabile se si vuole veramente portare l’aiuto umanitario ai tanti bisognosi.

Su questo concetto si basano le missioni di pace implementate in diversi angoli del pianeta dall’esercito italiano e dalle forze armate di diversi paesi. Nulla a che fare quindi con la guerra. Dico questo perché nei giorni scorsi è scoppiata feroce la polemica sulle dichiarazioni della deputata del M5S, Emanuela Corda, in merito ai morti dell’attentato di Nassiriya. Voglio essere buono, voglio cioè pensare che la Corda abbia fatto quelle dichiarazione perché ha fatto confusione tra missioni di pace e interventi militari e non per altri motivi meno nobili.

E’ tipico dei pacifisti fare questo tipo di confusione. Loro quando vedono un fucile non pensano minimamente che di quel fucile se ne possano fare diversi usi, spesso proprio finalizzati a proteggere o ad aiutare le vittime delle guerre. Loro, i pacifisti, colgono subito l’aspetto guerriero e non quello umanitario.

Una volta, parlando con il responsabile di MSF per la città di Lira (Uganda), gli chiesi perché loro rifiutavano la scorta armata e se si rendesse conto dei rischi che correvano i suoi cooperanti (in quel momento la situazione da quelle parti era davvero difficile). Lui mi rispose che non era etico fare un intervento umanitario accerchiato da militari che imbracciano un AK-47. E quando gli chiesi come facevano a raggiungere i villaggi più a rischio senza alcuna scorta armata mi rispose che in molti casi erano costretti a non andare perché il rischio per i cooperanti era troppo alto. Ecco, per una stupida e assurda ideologia pacifista si rinunciava a portare il necessario aiuto alla popolazione bisognosa lasciandola praticamente al suo destino. In quel caso quegli AK-47 facevano la differenza, non per fare una guerra ma per portare il necessario aiuto umanitario a chi ne aveva bisogno. Con le missioni di pace il concetto è lo stesso anche se allargato, fatto più in grande e con maggiori mezzi.

Posso capire che i pacifisti rifiutino e contestino un intervento militare volto a “portare democrazia” o ad abbattere un regime, quello che invece non capisco è il rifiuto o, peggio, la demonizzazione delle missioni di pace, cioè di quelle missioni che prendono il via alla fine del vero e proprio conflitto armato e che hanno come obbiettivo la pacificazione e la protezione degli interventi umanitari o di sviluppo.

Qualcuno adesso dirà che ci sono organizzazioni umanitarie che hanno operato e operano in contesti difficili senza avere alcuna scorta armata. E’ vero, ci sono state e ci sono, ma a che prezzo lo fanno? Si può parlare di etica quando una Ong per operare in un territorio si accorda con i carnefici, che si chiamino talebani, Janjawid o in altro modo? Non è sempre operare in un contesto armato con l’aggravante di accordarsi con chi viola sistematicamente i Diritti Umani e si è reso responsabile di inenarrabili violenze? E non sarebbe meglio operare sempre in contesto armato ma con altre prospettive come è operare sotto la protezione di una forza di pace?

Tra i due modi di operare c’è una differenza immensa in termini di obbiettivi, una differenza che però i pacifisti non colgono e continuano a fare quella maledetta confusione che poi porta alle allucinanti dichiarazioni che abbiamo sentito da Emanuela Corda dove a essere santificati sono i carnefici invece delle vittime.

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