Nucleare iraniano: Teheran a un passo dalla miniaturizzazione. A colloquio con la dissidenza iraniana

«Non c’è niente di meglio di una guerra e del “rischio armi chimiche” per distogliere l’attenzione dai veri rischi che corre l’umanità, cioè dal programma nucleare iraniano». A parlare così, riferendosi alla Siria, è un alto esponente della dissidenza iraniana, non dei Mojaheddin del popolo iraniano (PMOI), ma della dissidenza vera.

Il personaggio, che chiameremo genericamente “Emad” perché ha ancora diversi famigliari in Iran, è un ingegnere fuggito dall’Iran circa due anni fa. Ora è ai vertici della dissidenza iraniana all’estero e in questi giorni si trova in Italia per una serie di incontri con “importanti personalità” del mondo anti-regime iraniano. Ci tiene molto a spiegare la differenza tra l’essere “anti-regime” e “anti-iraniano”. Emad non incontra persone anti-iraniane ma solo persone che sono contro il regime degli Ayatollah che con il popolo iraniano c’entrano ben poco.

Emad sembra saperne parecchio del programma nucleare iraniano e non lesina dettagli che a volte possono apparire un po’ “fantasiosi” ma che purtroppo si basano su dati certi e accertati.

«Alla fine del 2011 – ci dice Emad – l’AIEA ha confermato di aver scoperto che gli ingegneri iraniani stavano conducendo esperimenti per la miniaturizzazione di testate atomiche, lavoro indispensabile per poter inserire un ordigno nucleare nella testata di un missile. Già solo questo fatto dovrebbe dimostrare che il programma nucleare iraniano è tutto fuorché pacifico. Gli esperimenti venivano condotti nel sito, fino ad allora segreto, di Qom. Ma quello che gli ispettori dell’AIEA non avevano ancora scoperto e che scopriranno poco più avanti è che il regime iraniano stava spostando tutti i laboratori per la miniaturizzazione in un altro sito segreto, quello all’interno della base militare di Parchin che non è mai stato accessibile agli ispettori». Emad si riferisce alla disputa ancora in corso tra l’AIEA e il regime iraniano sull’accesso alla base militare di Parchin, una disputa che è al centro dei colloqui tra il gruppo dei 5+1 e il regime iraniano.

«Contestualmente alla scoperta degli esperimenti sulla miniaturizzazione di un ordigno nucleare – ci dice ancora Emad –  gli ispettori dell’AIEA, grazie alle informazioni date da un ingegnere che partecipava al programma nucleare iraniano (ora in carcere in Iran), scoprirono anche che i tecnici al soldo del regime stavano mettendo a punto un detonatore capace di innescare la fissione nucleare, un’altra prova della natura militare del programma nucleare iraniano».

A questo punto ci sorge spontanea una domanda da fare a Emad: ma possibile che con tutte queste prove l’AIEA non abbia imposto al regime iraniano di fermare i suoi esperimenti e che lo stesso regime riesca a reperire i materiali necessari a detti esperimenti?  Ed è a questo punto che la risposta di Emad ci arriva addosso come una fucilata. «L’AIEA – ci dice Emad – quando era diretta da El Baradei, era già al corrente degli esperimenti di carattere militare portati avanti dal regime iraniano. Ci fu un rapporto redatto nel 2005 dagli ispettori internazionali in cui si evidenziavano le prove che il regime iraniano stava portando avanti un progetto, denominato “progetto 110”, per l’introduzione di un ordigno nucleare miniaturizzato nella testata di un missile Shahab 3. Eppure El Baradei impedì in tutti i modi che quel rapporto venisse diffuso, nascondendo quindi la vera portata del programma nucleare iraniano. Questo avveniva ben sette anni fa».

E oggi a che punto sono arrivati i tecnici iraniani? «Oggi sono vicinissimi alla miniaturizzazione di un ordigno nucleare. Ad aiutarli sono giunti alcuni ingegneri pakistani che in pochi mesi hanno risolto i problemi di carattere tecnico, specie quelli che riguardavano l’innesco della testata».

Ma a cosa serve un sistema di miniaturizzazione se poi non si hanno ancora le testate nucleari? La nostra domanda, lecita, non trova impreparato Emad. «Il regime iraniano ha costruito nuovissime centrifughe per l’arricchimento dell’uranio, centrifughe molto superiori e più veloci delle vecchie studiate dallo scienziato pakistano Abdul Qadeer Khan, in grado di moltiplicare sia la velocità di arricchimento che la qualità del prodotto ottenuto. Questo ha permesso al regime iraniano di essere ad un passo dalla costruzione di una prima bomba atomica. Ma resta la volontà di miniaturizzarla il rischio più grosso, sia per posizionarla su un missile che per trasportala a mano come mezzo per attentati terroristici, un po’ sulla scorta di quanto fecero USA e URSS che durante la guerra fredda costruirono centinaia di ordigni trasportabili (backpack nuke). Anzi, potrei affermare che questa seconda ipotesi è senza dubbio la più pericolosa anche perché si presta ad atti di terrorismo che potrebbero essere devastanti».

Trasportare una bomba atomica in uno zaino ci sembra una ipotesi un po’ fantasiosa, quasi da film. Emad sorride e ci dice: «Gli USA e la vecchia Unione Sovietica lo fecero anche se l’unica prova che abbiamo sono le parole del consulente per la sicurezza nazionale russa, Alexander Lebed, il quale ammise candidamente che, dopo il Trattato Start, Mosca perse un centinaio di questi ordigni sui 250 dichiarati».

Come si risolve il problema del nucleare iraniano? Con un bombardamento delle centrali atomiche? Emad si fa pensieroso. «Secondo me è troppo tardi per fermare il programma nucleare iraniano con il bombardamento dei siti nucleari. I laboratori più importanti sono stati ormai messi in sicurezza, al riparo persino dalle bombe anti-bunker. Certo, lo si potrebbe rallentare ma gli israeliani hanno dimostrato di poter rallentare il programma nucleare iraniano anche senza bombardare (il riferimento è ai virus “Stuxnet” e allo spyware “Flame”). E poi si correrebbe il rischio di compattare molta della popolazione iraniana attorno al regime. Personalmente sono contrario a un bombardamento. Secondo me la via da seguire, che andava seguita anni fa, è quella del rovesciamento del regime. La maggioranza della popolazione iraniana vive in povertà a causa di questo regime. La parte colta, i giovani e molti degli studenti vorrebbero uno sviluppo concreto del Paese. A loro non interessano le guerre o la religione estremista e non ce l’hanno con Israele. Anzi, se vogliamo il loro punto di riferimento è proprio una democrazia di tipo israeliano. E’ il regime che per sopravvivere ha bisogno di un nemico che, in questo caso, è proprio Israele».

Si ma, il problema rimane. Come si ferma o come si rovescia il regime prima che arrivi alla bomba atomica? «So di dire una cosa su cui voi non siete troppo d’accordo – ci dice sorridendo Emad – ma le sanzioni stanno avendo un effetto devastante sul regime. Hanno già fermato lo sviluppo missilistico e stanno creando una situazione in cui la gente sta sempre più contestando apertamente gli Ayatollah. Occorre fare leva su questi due punti: da un lato rafforzare le sanzioni per indebolire il regime, dall’altro sostenere attivamente la dissidenza interna al Paese, che è molto più forte di quanto appaia ed è l’unica cosa che veramente gli Ayatollah temono.  A mio parere un bombardamento delle centrali rafforzerebbe il regime e indebolirebbe la dissidenza».

Il PMOI non sembra pensarla come voi, loro (che si definiscono “resistenza iraniana”) vorrebbero un attacco massiccio all’Iran. Emad si fa cupo. «Il PMOI non si è mai fatto scrupolo di uccidere cittadini iraniani. Non sono poi così diversi dagli Ayatollah. E poi su Israele la pensano come il regime anche se per ovvie ragioni non lo possono dire apertamente. I giovani iraniani non vogliono un cambio di regime, dagli Ayatollah ad altri Ayatollah mascherati, così come non vogliono gente come Mir Hosein Musavi o Mehdi Karrubi, che certo sono migliori degli Ayatollah ma sono loro stessi degli Ayatollah e potevano andare bene nel 2009 per traghettare il Paese verso una forma di democrazia compiuta. No, i giovani iraniani a questo punto vogliono un paese che sia completamente democratico, moderno e sviluppato, senza compromessi. Vi siete mai chiesti perché nelle rivolte iraniane del 2009 a trascinare la gente in strada erano le donne mentre nelle “primavere arabe” non si vedeva nemmeno una donna? Perché gli iraniani sono anni luce avanti gli arabi e mirano a una democrazia vera non a una forma di finta democrazia islamica. Su questo l’occidente dovrebbe investire».

Quindi lei dice che per fermare il regime iraniano nella sua corsa al nucleare, si deve aiutare la dissidenza interna. «Esatto, è esattamente quello che sto dicendo».

Ma intanto il regime corre e sta per arrivare alla miniaturizzazione di un ordigno nucleare. Lo ha detto lei stesso. Un cambio di regime non avviene in pochi mesi e nel frattempo può accadere di tutto. «Anche questo è vero, ma rimango sempre dell’idea che la corsa del nucleare iraniano si possa fermare con altri mezzi che non siano quelli militari, come ho detto gli israeliani lo sanno benissimo. Nel frattempo però bisogna anche sostenere la dissidenza interna e preparare il rovesciamento del regime».

Lei o la dissidenza iraniana, accettereste l’aiuto di Israele (o degli USA) per rovesciare il regime? Emad ride di gusto. «Io accetterei l’aiuto del diavolo in persona per rovesciare il regime degli Ayatollah e creare un Iran democratico, figuriamoci se non accetterei l’aiuto degli israeliani che non considero affatto nemici. Il regime li considera nemici, non noi della dissidenza. E poi, come si dice, il nemico del mio nemico e mio amico».

Parisa Elahi

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