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Perché mai dovremmo ancora fidarci di Donald Trump?

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So per certo che quando si parla di Donald Trump si scatena sempre un duello all’ultimo insulto tra coloro che lo apprezzano e coloro che lo detestano. Gli amici di Israele come me di solito lo apprezzano per le sue posizioni sullo Stato Ebraico che dopo otto anni di Obama sembrano aprire un nuovo mondo.

Tuttavia, pur essendo convintamente sionista e nonostante a parole Donald Trump non ha lesinato promesse e impegni a favore di Israele, non riesco a giudicare un Presidente americano solo ed esclusivamente da come si comporta con lo Stato Ebraico. Per otto anni ho criticato con accanimento Barack Obama non solo per la sua politica verso Israele ma per il complesso della sua politica estera (sulla politica interna non mi esprimo perché non ne so nulla). Ebbene, non è che Donald Trump sia partito tanto meglio.

Prima di tutto, vendere 100 miliardi di dollari di armi all’Arabia Saudita è un autogol pazzesco, una immissione di armi senza precedenti in uno scenario geopolitico già in fiamme con il rischio concreto, oltretutto, che una parte di quelle armi finiscano in mano ai terroristi islamici che proprio l’Arabia Saudita sostiene, terroristi che tra le altre cose sono nemici di Israele. E’ vero, a differenza di Obama ha preso nettamente le distanze dai Fratelli Musulmani (purtroppo ricordiamo tutti il discorso di Obama al Cairo) e questo è buono, ma siamo così sicuri che gli Wahabiti siano migliori? E’ vero anche che ha individuato nell’Iran il pericolo maggiore per il Medio Oriente e non solo, ma è altrettanto vero che scegliere tra l’Iran e gli sceicchi arabi è come scegliere tra cadere nell’olio bollente o buttarsi nel fuoco. Obama aveva scelto di schierarsi con Teheran mentre Trump ha scelto Riyad, ma francamente non ci vedo grandi passi avanti né per Israele, costretto a scegliere tra il peggio e il meno peggio ingoiando la vendita di armi ai sauditi, né per il Medio Oriente.

E vogliamo parlare delle promesse fatte in campagna elettorale su Israele? Aveva promesso di trasferire l’ambasciata americana in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme. Non solo non lo ha fatto, ma nel suo viaggio in Israele non ne ha nemmeno accennato, come se non avesse mai detto niente (anche se ancora non tutte le speranze sono perse anche se ne riparlerà tra sei mesi). Aveva detto anche che gli insediamenti non erano un ostacolo alla pace, salvo poi chiedere a Netanyahu di andarci calmo. Intendiamoci, io sono uno di quelli che pensa che il trasferimento dell’ambasciata a Gerusalemme non sia tra le priorità del momento, ma dopo le scandalose risoluzioni dell’UNESCO su Gerusalemme sarebbe servito un segnale forte di dissenso, segnale che invece non c’è stato.

E cosa dire della posizione di Donald Trump sui cambiamenti climatici? Dire che il Global Warning non sia una realtà non è solo una follia, dimostra che Trump mette gli affari avanti a tutto e a tutti. E come ci si può fidare di una persona che dopo aver venduto per affari cento miliardi di dollari in armi ai sauditi sempre per affari manda in malora l’unico vero accordo sul clima che poteva dare al mondo una possibilità, seppur minima, di invertire la corsa verso il disastro climatico? E quelli che lo lodano per le sue posizioni sui migranti forse farebbero bene a ragionarci sopra perché il Global Warning è una della maggiori cause della povertà e quindi delle migrazioni di massa.

Lo so, adesso mi si dirà che l’alternativa era Hillary Clinton, la prosecuzione della politica Obama con altri mezzi. E’ vero, ma ciò non toglie che oggi l’uomo più potente del mondo sia uno che assomiglia più a un commerciante da mercatino del giovedì piuttosto che al Presidente degli Stati Uniti, l’uomo cioè che dovrebbe difendere le democrazie del mondo libero. Se poi mi dite che è sempre sotto attacco, che i media gli sono sempre ossessivamente addosso, vi do ragione. E’ un massacro mediatico, una persecuzione. Ma bisogna anche dire che Donald Trump ci mette anche parecchio di suo.

Non mi fido di Donald Trump, non riesco proprio a fidarmi nonostante abbia più volte mostrato a parole la sua vicinanza a Israele, ma le parole, soprattutto in Medio Oriente, lasciano sempre il passo ai fatti e per adesso di fatti se ne sono visti pochi anche se i suoi “ammiratori” ogni giorno riempiono pagine e pagine di “bei gesti” e di “belle parole” proferite dal Presidente americano. Tutto molto bello ma…