Polveriera Egitto: il pericolo estremismo islamico

I giornalisti di alcuni think tank vicini alla sinistra americana ed europea definiscono la “rivoluzione egiziana” una “rivolta laica”, come se i fatti che stanno accadendo in Egitto e in altri Paesi arabi fossero il frutto di una azione spontanea svincolata da qualsiasi estremismo e non fomentati dall’esterno. Personalmente penso che sia una visione molto riduttiva.

L’unica rivolta che mi sento, in tutta franchezza, di definire “laica” e spontanea, dettata da ragioni interne che covavano da diverso tempo, è quella a cui si è assistito in Tunisia anche se poi pure in quel contesto si è inserito l’estremismo islamico. Per il resto, dallo Yemen all’Egitto passando per i focolai in Giordania, penso che dietro alle rivolte ci sia tutto meno che un movimento laico.

Per arrivare a spiegare quello che penso occorre partire da un presupposto: la crisi economica mondiale ha pesato e pesa soprattutto su quei paesi in cui le differenze sociali tra l’elite e il popolo sono molto marcate. In molti Paesi arabi queste differenze marcate sono davvero evidenti, quindi è logico che nel sottobosco covi la rabbia popolare. In questo contesto da diverso tempo si è inserito l’estremismo islamico che, con differenti sponsor, ha alimentato e alimenta il fuoco sotto la cenere. In Egitto sono anni che i Fratelli Musulmani cercano di soffiare sul fuoco e adesso finalmente ci sono riusciti. Non vedere questo significa non capire esattamente quello che sta avvenendo nella terra dei Faraoni. Attenzione, nessuno vuol dire o sostenere che Mubarak abbia governato bene o che l’Egitto sia una democrazia, ma vorrei solo far notare come  definire la rivolta egiziana il frutto di un movimento laico è assolutamente sbagliato.

Mi spiego. Per capire ancora meglio basta vedere dove sono nati i focolai di rivolta. Tunisia a parte, i maggiori focolai di rivolta si sono accesi in Yemen, in Egitto e in Giordania, quest’ultima giudicata dai più la prossima piazza pronta ad esplodere. A questo aggiungiamo le voci su future sollevazioni in Arabia Saudita e in alcuni Paesi del Golfo. Nessuno di questi paesi è una democrazia, per cui i buonisti tendono a credere che queste rivolte (in corso o previste) portino all’instaurazione di un sistema democratico ed equo. E’ un errore. I Paesi interessati dalle rivolte non hanno la colpa di non essere una democrazia o di accentuare le differenze sociali, questo avviene in tutti i Paesi arabi e musulmani, no, questi Paesi hanno la colpa di essere considerati alleati del “grande satana”, cioè degli Stati Uniti. Addirittura per l’Egitto e la Giordania c’è l’aggravante di aver firmato un trattato di pace con Israele.  Questa è la realtà. Evitiamo la trappola di credere che una volta fatti cadere gli attuali regimi si instaurerà una democrazia. Le parole “democrazia e Diritti” non sono compatibili con la parola “Islam” . Caduti questi regimi se ne instaureranno altri a forte connotazione islamica e per la gente non cambierà niente. Cambierà solo l’elite che però continuerà a godere di tutti i privilegi di cui gode quella attuale.

Se ciò dovesse avvenire, come in molti si augurano, cambieranno radicalmente gli scenari geopolitici in Medio Oriente e non cambieranno certamente in meglio. Se l’islam radicale dovesse prendere il potere in Egitto o in Giordania, Israele si vedrebbe costretta a rivedere le sue impostazioni di difesa concentrando la sua attenzione su nuovi fronti. Già in queste ore molti militari dell’IDF sono stati spostati lungo il confine con l’Egitto per evitare infiltrazioni terroristiche che fino a ieri erano filtrate abbastanza bene dai militari egiziani. Non solo. Prevedibilmente Hamas approfitterà di quello che accade in Egitto per potenziare i suoi arsenali attraverso le centinaia di tunnel che corrono sotto il confine tra Gaza e l’Egitto. E’ uno scenario che i Fratelli Musulmani e i loro alleati, a partire dalla Turchia, sognano da tempo. Non ho citato l’Iran perché una alleanza tra Teheran e i Fratelli Musulmani mi sembra improbabile anche se non impossibile visto che di mezzo ci sono i buoni auspici della Turchia e, soprattutto, il nemico comune: Israele.

Qualcuno sostiene che il Premio Nobel per la pace, El-Baradei, possa guidare una transizione pacifica e laica  tra Mubarak e il regime che verrà. E’ un altro errore. El-Baradei, ex capo dell’Agenzia Atomica Internazionale, è colui che ha permesso all’Iran di arrivare a un passo dalla bomba nucleare e che nella sua azione politica viene attivamente supportato dai Fratelli Musulmani. All’apparenza non sembra un estremista ma è certamente un uomo molto vicino alle posizioni di Ankara e degli stessi Fratelli Musulmani. Credere quindi che El-Baradei possa fare il bene dell’Egitto è puro eufemismo. Diventerebbe ben presto una marionetta nelle mani di chi tira veramente i fili.

Concludendo, io non credo che se le rivolte in Egitto portassero alla caduta di Mubarak ci sia tanto da gioire. Di certo non si instaurerà una democrazia. Al contrario, il rischio è che l’Egitto divenga l’ennesimo Stato islamico teocratico con conseguenze imprevedibili per tutto il Medio Oriente e per l’Europa.

Miriam Bolaffi

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by Franco Londei tempo di lettura: 3 min
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