Premio Nobel alla resa. E ci è andata pure bene

Ieri la notizia del Premio Nobel per la Pace all’Unione Europea (ne ha parlato Michael Sfaradi in questo articolo), una notizia che ha colpito e colto di sorpresa un po’ tutti e che ha dato il via a una lunga serie di considerazioni polemiche sull’effettivo valore di questo premio che dopo essere stato conferito a Jimmy Carter, Mohammed El Baradei, toccato il fondo con Arafat e Obama, non sembra proprio più quello di una volta.

Io per esempio lo avrei dato senza il minimo indugio a Malala Yousafzai, la coraggiosa ragazzina 14enne pakistana che pochi giorni fa i “gloriosi” talebani hanno cercato di ammazzare perché contestava la condizione della vita delle donne sotto i talebani e diffondeva testimonianza scomode.  Sarebbe stato un importantissimo segnale all’islam integralista in un momento in cui la sua espansione sta assumendo la forma di un attacco all’occidente.

Invece si è scelta la via politica (come era successo con Carter, Arafat e Obama) andando a premiare una organizzazione che più che lavorare per la pace sta lavorando per la capitolazione. Se infatti con la parola “pace” si intende “la resa incondizionata alla prepotenza” allora il premio è andato nelle mani giuste. Per comprendere quello di cui sto parlando basta guardare la politica estera dell’Unione Europea implementata dalla Baronessa Catherine Ashton e si capisce subito che la “pace” non ha nulla a che vedere con detta politica. Più che alla ricerca della pace la politica della Ashton sembra improntata alla resa totale di fronte alle prepotenze dei terroristi islamici, dell’Iran e persino di un dittatore come Assad. Come definire altrimenti una politica che danneggia una democrazia a favore di governi totalitari che come unica arma di dialogo hanno la violenza? E’ questa la “pace” per cui l’Unione Europea è stata premiata?

Non parliamo poi della politica interna all’Unione Europea con interi Stati costretti a subire i capricci di poche persone (speculatori), costretti a sottostare a veri e propri ricatti che stanno mettendo sul lastrico milioni di cittadini europei mentre a Bruxelles si pensa (e si lavora) a far entrare la Turchia nella UE e si vorrebbero aprire i confini all’invasione degli stranieri e dell’islam più integralista.

Beh scusatemi, ma io proprio non lo capisco questo “Premio Nobel per la Pace”. Forse lo avrei compreso 40anni fa, forse sarebbe stato comprensibile se l’Unione Europea facesse una politica di pace e di sviluppo, sia interna che esterna ai suoi confini. Ma in momento come questo in cui l’Unione Europea alza le mani di fronte alla violenza estremista e alla Sharia (il caso inglese è emblematico) , che accetta senza battere ciglio le mutilazioni genitali, che vede fortissimi rigurgiti si antisemitismo, che china il capo di fronte a gruppi terroristici come Hamas ed Hezbollah (con questi ultimi che addirittura vengono considerati un partito politico), che fa di tutto per permettere all’Iran di dotarsi di armi nucleari, che si gira dall’altra parte di fronte alle stragi in Siria (o perlomeno lo ha fatto per oltre un anno), che piuttosto che aiutare la Grecia e i greci preferisce distribuire aiuti a pioggia ai palestinesi (aiuti che poi finiscono nei conti svizzeri dei capi palestinesi), non mi pare proprio che il premio sia azzeccato. A me sembra più un Premio Nobel alla resa piuttosto che alla pace.

E tutto considerato c’è andata pure bene. Con l’aria che tira in Svezia potevano dare il Premio Nobel per la Pace alle “primavere arabe” o magari, dato che c’erano, direttamente alla Fratellanza Musulmana. Lo dico sinceramente, non me ne sarei stupito più di tanto. Ma dodici mesi passano in fretta e vedrete che il prossimo anno ai Fratelli Musulmani il Premio Nobel per la Pace non glielo toglie nessuno.

Franco Londei

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