Report Medio Oriente: il punto di vista arabo sui colloqui di pace

In merito alla tornata di colloqui di pace tra israeliani e palestinesi in corso a Washington i Paesi Arabi, rappresentati dalla Lega Araba, continuano ufficialmente a portare avanti la linea della totale apertura verso Israele in cambio del ritiro totale dai territori occupati. Lo ha ribadito ieri il Segretario Generale della Lega Araba, Amr Moussa, in una conferenza stampa. Tuttavia, ufficiosamente, la posizione dei Paesi Arabi presi uno ad uno si discosta dalla linea impressa dalla Lega Araba.

In questi giorni di Ramadam la diplomazia araba non si è fermata e in alcuni incontri avvenuti al Cairo e a Riad è emerso che rispetto alle condizioni apparentemente inflessibili imposte a Israele per arrivare ad una pace stabile con i palestinesi, prevale di gran lunga il timore di una espansione sciita in Medio Oriente. Insomma, l’Iran fa più paura di Israele, molta più paura, almeno per gli Stati Arabi più influenti come l’Arabia Saudita, l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti (in questo caso con qualche distinguo di cui parleremo in seguito).

L’Egitto ufficialmente si allinea alle richieste della Lega Araba, cioè ritiro di Israele sui confini del 1967, rientro dei profughi palestinesi e restituzione di Gerusalemme Est. Da dietro le quinte però le cose sono molto diverse. Gli egiziani sanno benissimo che Israele non tratterà su Gerusalemme e neppure sul rientro dei profughi che per altro sarebbero davvero troppi per la sola Cisgiordania considerando che al Cairo vedono la Striscia di Gaza in mano ad una entità ostile (Hamas). In definitiva gli egiziani si “accontenterebbero” della restituzione parziale dei territori occupati, del blocco degli insediamenti in Cisgiordania e della condivisione di Gerusalemme come capitale dei due Stati (Israele e Palestina), il tutto non necessariamente in questo ordine di importanza. Addirittura sulla restituzione dei territori occupati gli egiziani sarebbero disposti ad accettare uno “scambio” di terre, nel senso che non chiedono la smobilitazione delle colonie già esistenti a patto che Israele conceda alla Palestina una quantità di territorio pari a quello occupato libero da insediamenti.

Sulla stessa lunghezza d’onda degli egiziani ci sono i sauditi e quasi tutti gli Emirati del Golfo fatta eccezione per l’Emirato di Dubai che continua a navigare per conto suo rispetto agli altri. Quello saudita e di buona parte degli Emirati è un passo indietro rispetto al piano che proprio i sauditi avevano presentato alla Lega Araba lo scorso anno e che sostanzialmente ricalca le richieste avanzate ieri dal Segretario Generale, Amr Moussa. Il problema, come detto prima, è che in cima alla lista dei nemici non c’è più Israele ma l’Iran. I sauditi in particolare sono molto preoccupati dell’espansione sciita in Medio Oriente. Ogni loro tentativo di recuperare il Libano e la Siria è miseramente fallito, anzi, i due Paesi sono sempre più sotto l’influenza iraniana. I sauditi sono consapevoli che Israele non può combattere su due fronti, quello palestinese e quello iraniano, per cui pur di contrastare l’espansione iraniana sono disposti a fare “importanti concessioni” a patto che si arrivi presto a un compromesso “onorevole” sia per i palestinesi che per gli israeliani. Anche gli Emirati Arabi Uniti sono su questa linea, in particolare l’Emirato più importante, quello di Abu Dhabi. Fa eccezione quello di Dubai che in questo particolare periodo sta facendo affari d’oro con il mercato clandestino di merci sotto embargo e destinate all’Iran. Oltretutto negli ultimi tempi sono riaffiorate prepotenti le vecchie ruggini tra l’Emiro di Dubai e quello di Abu Dhabi (non vi dico l’appellativo con cui ad Abu Dhabi chiamano i cugini di Dubai).

Questa è l’aria che si respira dietro le quinte negli incontri avvenuti negli ultimi giorni nelle due capitali arabe, un’aria fortemente preoccupata per il degenerare della situazione in Cisgiordania e lungo il confine con il Libano. Proprio ieri, a margine dei colloqui di pace di Washington, vi è stata un fortissima denuncia dell’Ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Michael Oren, il quale ha detto che Hezbollah detiene almeno 15.000 razzi a medio e lungo raggio puntati su Israele e che li nasconde sotto le scuole, gli ospedali e le case civili. La cosa, ampiamente nota, ha però avuto il suo peso nei “consigli” dati dagli sponsor arabi ad Abu Mazen.

E’ chiaro come il sole che i più importanti Paesi arabi sono preoccupatissimi per l’espansionismo iraniano in Medio Oriente, tanto preoccupati da fare forti pressioni su Abu Mazen affinché giunga al più presto ad un accordo con Israele. In cambio sono disposti a riaprire i cordoni della borsa, chiusi o quasi negli ultimi tempi.

Riamane il problema di Hamas, sempre più sotto l’influenza iraniana, il quale potrebbe compromettere qualsiasi accordo tra palestinesi e israeliani. Nelle riunioni del Cairo e di Riad è emerso che sono state fatte fortissime pressioni su Kaled Meshaal, capo del braccio politico di Hamas rifugiato in Siria, affinché porti Hamas a più miti consigli. Tuttavia per il momento queste pressioni non hanno sortito il risultato sperato, vuoi perché Meshaal ha perso molta influenza sui suoi uomini a Gaza e vuoi perché le pressioni siriane (e iraniane) sul capo di Hamas sono molto più forti di quanto si pensi. Nei prossimi giorni una delegazione saudita ritenterà sia con i Libanesi che con Meshaal, senza però molte speranze.

In chiusura un piccolo appunto sull’Emirato di Dubai. Hanno destato forte preoccupazioni le relazioni riguardo al volume di affari tra Dubai e Teheran e sul sistema usato per aggirare l’embargo imposto dall’Onu su determinati tipi di merci destinate all’Iran e ad altri Paesi. Il richiamo al rappresentante del piccolo Emirato non ha sortito alcun effetto se non quello di vederlo abbandonare le riunioni. Anche questo è un problema che, volenti o nolenti, dovrà essere affrontato il prima possibile.

Miriam Bolaffi

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