Respingimenti in mare: l’Italia sul banco degli imputati alla Corte europea dei Diritti Umani

Articolo scritto da Wirginia Loboda – Il 22 giugno la Corte di Strasburgo giudicherà uno dei respingimenti degli immigrati partiti dalle coste libiche. Questi respingimenti sono stati effettuali dalla autorità italiane il 6 maggio del 2009 secondo il famoso Patto d’Amicizia e sul comando del Ministero degli Interni. Questa decisione creerà un precedente epocale . Sarà l’Italia colpevole per aver rimandato un barcone di disperati direttamente nella bocca del leone? Oppure si tratterà di una sconfitta per i difensori dei Diritti Umani e della legge in generale?

A riportare questa notizia è il blog di Fotress Europe, sul quale , il 17 giugno Gabriele del Grande segnala l’importanza dell’udienza a venire. Il processo riguarda tredici cittadini somali e undici eritrei, i quali sono stati soccorsi in mare dalla Guardia di Finanza e in seguito ad una telefona dai “piani alti”, respinti in Libia. Sono forse le uniche vittime che hanno avuto la possibilità di riferire alla Corte la violenza e le torture subite per mano dei libici.

Ecco il racconto di quel giorno, riportato da R. Iacona, nel documentario “Respinti”, che passerà nel bene e nel male, nella storia delle politiche frontaliere  europee ed italiane .

Mentre in Libia, in seguito alla firma dei trattati di cooperazione italo – libici, Gheddafi, venivano mostrati in tv e in rete una serie di filmati relativi ai respingimenti fatti in prossimità delle coste libiche, in Italia nessun telegiornale pubblico o privato dava alcuna notizia sui respingimenti. L’unico testimone di questa pratica, che a breve sarà giudicata legale o non, è Enrico Dagnino, un fotoreporter di fama mondiale, che tra il 6 e il 7 maggio 2009 si trovava a bordo del pattugliatore “Bovienzo” della Guardia di Finanza.

La sera del 6 maggio la Guardia di Finanza viene avvisata dell’esistenza di un gommone con a bordo 74 [1]  uomini e donne ammassati. Sono gli stessi passeggeri del natante ad avvertire i soccorsi italiani. A bordo ci sono parecchi ustionati perché una tanica di benzina si era rovesciata all’interno del gommone e la gente per una questione di equilibrio e sicurezza non ha potuto alzarsi. Sono in mare da giorni, senza cibo e acqua. La motovedetta Bovienzo li ferma e parte un’operazione di soccorso. Nessuno sa che si sta per procedere ad un respingimento in mare. In effetti Enrico Dagnino cerca di tranquillizzarli; ”calma, adesso è tutto finito, il peggio è passato. (..) Questo gliel’ho detto io, come un cretino”[2] . Non hanno quasi nulla da dargli da  bere, in effetti il comandante si lamenta perché aveva chiesto precedentemente dell’acqua e delle coperte termiche. Riescono a dare solo una bottiglia d’acqua agli uomini e tre alle donne. Partono per Lampedusa, dopodiché arriva una telefonata e la rotta viene invertita, si va verso la Libia. La gioia è enorme, cantano per ringraziare, pregano, fino al momento in cui gli immigrati non si rendono conto che stanno tornando in dietro. Una volta approdati nel porto libico un uomo sviene, viene trascinato fuori e buttato per terra, “un altro si è spogliato, ha preso un pezzo di corda, era disperato”. I passeggeri del barcone piangono, implorano, minacciano di uccidersi, dicono che in Libia li avrebbero di nuovo torturati, violentati e uccisi. Quelli che non sono in grado di camminare vengono trascinati fuori, poi arrivano i libici e li fanno scendere tutti a forza di sprangate sui reni. Gli immigrati vengono caricati sui container, che sono come dei “carri bestiame”, e poi portati verso una destinazione sconosciuta. Il fotoreporter riceve una chiamata da un “generale della Guardia di Finanza” che ha chiesto che “per buoni rapporti tra l’Italia e la Libia sarebbe meglio che queste foto non uscissero, che sarebbe bene che non se ne parlasse troppo”. Gli uomini della vedetta “più le ore passavano più <sono> disgustati di questa operazione”. Ben presto arrivano “le telefonate dal Ministero degli Interni di confiscare tutti i telefonini, tutti i video dell’operazione.(..) e così è stato”. [3]

Di fronte ad un racconto di bestialità nei confronti di uomini che hanno rischiato tutto per salvarsi la vita, per scappare da quella trappola, minuziosamente costruita attraverso i vari memorandum d’intesa, accordi bilaterali, conclusi con il clamoroso Patto d’amicizia. Laddove dove degli uomini vengono buttati su una banchina del porto libico, la legge italiana e il diritto internazionale sembra facciano la stessa fine. L’illegalità dei respingimenti, all’insaputa del grande “pubblico”, sta prima di tutto nel fatto che  “Ogni comandante è obbligato, nella misura in cui ciò non crei pericolo grave per la sua nave e le persone a bordo, di soccorrere ogni persona che sia in pericolo di scomparsa in mare”[4].   La Convenzione SAR impone l’obbligo di soccorso e di assistenza delle persone in mare “regardless of the nationality or status of such a person or the circumstances in which that person is found[5]” . Oltre a questo viene imposto anche l’obbligo di riportare queste persone in un luogo sicuro. “Safety place”[6]  che, com’è stato chiarito poi in sede IMO, non è da intendersi la nave soccorritrice, che è un luogo puramente provvisorio. Il porto libico, visto i precedenti e lo stesso quadro barbaro descritto da R. Iacono può definirsi tale? Secondo  la Risoluzione del Parlamento Europeo del 2005 , no. Il Parlamento Europeo si era espresso in merito ai respingimenti verso la Libia effettuati dall’Italia nel 2005 e aveva ritenuto che “le espulsioni collettive di migranti verso la Libia, compresa quella del 17 marzo 2005, costituiscano una violazione del principio di non espulsione e che le autorità italiane siano venute meno ai loro obblighi internazionali omettendo di assicurarsi che la vita delle persone espulse non fosse minacciata nel loro paese d’origine”. Nella risoluzione del Parlamento Europeo su Lampedusa vengono nominati vari strumenti internazionali tra i quali la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, e in particolare il suo articolo 14, la Convenzione di Ginevra del 1951, la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, in particolare il suo protocollo IV, articolo 4, in base al quale “le espulsioni collettive di stranieri sono vietate”, la dichiarazione e il programma di lavoro del 28 novembre 1995, adottai dalla Conferenza di Barcellona per quanto concerne la promozione e la difesa dei diritti fondamentali nella regione mediterranea, la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e, in particolare, il suo articolo 18 relativo al diritto d’asilo, visti l’articolo 6 del trattato dell’Unione europea e l’articolo 63 del trattato che istituisce la Comunità europea respingimenti effettuati nel 2005. Secondo l’esposto di questa risoluzione nel momento in cui l’Italia ha proceduto al respingimento degli immigrati verso la Libia ha violato la normativa sopracitata. A differenza di ciò che viene ripetuto in questi mesi dal governo italiano, il Parlamento Europeo specifica nel punto C che la Libia “non può essere affatto considerato esattamente un paese sicuro per il diritto d’asilo”.[7]

Inoltre la Libia non ha firmato la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo del 1948 e tuttora non riconosce il diritto d’asilo. L’Italia, che è firmataria della Convenzione di Ginevra, “non potrà espellere o respingere-in nessun modo – un rifugiato verso le frontiere dei luoghi dove la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità”, ai sensi dell’art.33 della convenzione citata. È evidente che questa convenzione non è stata rispettata, perché anche se la persecuzione apparentemente non è di tipo razziale, né politico, essere irregolari in Libia vuol dire appartenere ad un gruppo, un gruppo di persone senza diritti, che vengono rinchiuse nelle carceri libiche senza un processo, nell’ambito di quella che in Italia si chiama detenzione amministrativa. Secondo Savino Pezzotta,  Presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati “l’Italia con il respingimento in Libia ha violato la Convenzione di Ginevra ed ha esposto 238 rifugiati e migranti a rischio di tortura e di trattamento inumano nei paesi di provenienza, ha violato anche la Convenzione Europea sui Diritti Umani”.[8]

Secondo la legge Bossi-Fini, varata nel 2002 da una maggioranza di governo simile a quella attuale, il respingimento dei richiedenti asilo è vietato. Altrettanto illegittimo è il respingimento delle donne incinte e dei minorenni. È il diritto internazionale che vieta i respingimenti collettivi proprio perché essi non permettono l’identificazione dei migranti e il riconoscimento di eventuali richieste di asilo politico. Sulla nave “Bovienzo”, la maggior parte degli immigrati proveniva dai paesi in conflitto, e le loro grida e richieste inutili d’aiuto testimoniano che anche questa diritto sia stato dimenticato, nel momento in cui la nave fece rotta verso la Libia.

Di fronte ad una tale base legislativa, e alle immagini di grida riportare nel reportage di R . Iacono, si deciderà il futuro della politica europea delle frontiere e del rispetto dei diritti umani, che fin’ora sembrano essere stati calpestati dal bisogno collettivo di “sicurezza”.  Perché, a quanto pare l’Italia e l’Europa hanno paura di uomini in fin di vita, disperati, senza nessuna possibilità di reggersi in piedi, aggrappati all’unica speranza che l’Europa sia veramente una comunità democratica.

Vedremo se la Corte confermerà questa paura.

Wirginia Loboda

Note

1 – In realtà in totale i respinti erano 238, http://fortresseurope.blogspot.com/2005/12/in-libia-i-migranti-soccorsi-in-mare.html

2 – Enrico Dagnino, R. Iacona, “Respinti”(1/10),www.youtube.it

3 – R. Iacona, “Respinti”(1/10),www.youtube.it

4 – Art.10 dell Convenzione del 1989sul soccorso in mare( e nelle acque in genere).

5 – “tenendo conto della nazionalità e dello stato e circostanze in ci la persona viene trovata”.

6 – “luogo sicuro”

7 – http://www.fedevangelica.it/arch_smr/srmat/SRMInformLegge56.pdf

8 – http://www.cironlus.org/7%20maggio%202009%20CIR%20Svolta%20storica%20nella%20del%20diritto%20d%20ailo.htm

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