Secondo Protocollo

Sindrome cinese: Italia colonia di Pechino e a pagare sono i Diritti. Il caso di Prato

La Cina è l’unica superpotenza che oggi si può permettere il lusso di comprare qualsiasi cosa in qualsiasi parte del mondo, dai debiti di Stato fino alle grandi aziende. Può comprare persino i mercati e decidere di cambiare le regole dei Diritti dei lavoratori a migliaia di Km di distanza da Pechino, addirittura in altri Stati.

Qualcuno penserà che si stia parlando di Paesi africani, Stati del terzo mondo e in via di sviluppo talmente fragili e bisognosi di denaro da non accorgersi di diventare lentamente ma inesorabilmente una vera e propria colonia di Pechino. Invece no, si sta parlando dell’Italia.

A livello macroeconomico Pechino ha messo le mani sul nostro debito pubblico e sta cercando di entrare con tutti i mezzi in ENI, ENEL, ASSICURAZIONI GENERALI ecc. ecc. Ma se nella macroeconomia le regole sono abbastanza ferree per assicurare (almeno in parte) i diritti fondamentali dei piccoli investitori e, soprattutto, dei lavoratori, lo stesso non si può dire quando si parla di microeconomia. Ed è proprio nel sistema microeconomico italiano che sta avvenendo un fatto senza precedenti che, stranamente, nessuno denuncia: l’acquisto sistematico da parte di entità cinesi di piccole aziende e di attività commerciali con conseguenze drammatiche per l’occupazione di cittadini italiani e per la microeconomia locale, un indotto che vale centinaia di milioni di euro che fino ad oggi ha fatto da traino a tutta l’economia nazionale.

Emblematico è quanto sta avvenendo nel comparto tessile e più nello specifico a Prato, in Toscana, dove a seguito di una approfondita indagine condotta da Secondo Protocollo con l’ausilio di associazioni locali, sono emersi fatti di inaudita gravità che minano pesantemente il Diritto al lavoro e le leggi che regolamentano lo stesso Diritto al lavoro.

Nel 2008, Riccardo Marini, presidente dell’Unione industriale pratese denunciava che a Prato una impresa su otto era in mano a ditte cinesi. Oggi, nel 2010, una impresa su tre a Prato parla cinese e lo fa nel vero senso della parola, cioè ha acquistato ditte in difficoltà (messe in difficoltà proprio dai cinesi), licenziato gli operai italiani e assunto solo manodopera cinese attuando un sistema di discriminazione assoluto che, se ben ricordo, non è permesso dalle leggi italiane. E il trend non si ferma. Le ditte italiane, oberate dalle tasse, dal costo del lavoro e da un sistema bancario che non aiuta, continuano a chiudere a ritmi impressionanti. Queste ditte si sono improvvisamente trovate a fare concorrenza alle ditte cinesi che con una percentuale altissima di lavoratori in nero e fortemente sottopagati, che non pagano le tasse e che chiudono e riaprono a un ritmo impressionante per non permettere approfonditi controlli, sono praticamente imbattibili sul mercato. Anche le poche aziende cinesi che non ricorrono al cosiddetto “turnover” (la rapida chiusura e riapertura della azienda sotto altro nome) sono mille volte più competitive di quelle italiane. Questo perché usano solo ed esclusivamente manodopera cinese rifiutando di assumere operai non cinesi (non dico nemmeno italiani) in quanto la maggioranza di loro è entrata clandestinamente in Italia, lavora senza battere ciglio per 15 ore al giorno per uno stipendio davvero misero. Le ditte italiane che chiudono vengono sistematicamente assorbite da quelle cinesi, gli operai italiani mandati a casa e sostituiti da personale esclusivamente cinese.

Ora io mi chiedo cosa avverrebbe se una ditta italiana esponesse un cartello fuori dai propri cancelli con su scritto “si assumono solo operai italiani”. Succederebbe il finimondo. I titolare della azienda verrebbero tacciati di razzismo, denunciati alla magistratura per discriminazione razziale. I sindacati insorgerebbero, i giornali ne parlerebbero in prima pagina. Le associazioni per la tutela degli immigrati porterebbero il caso alla Corte Europea dei Diritti Umani e chissà cos’altro. E allora, come mai quello che sta avvenendo a Prato non desta alcun stupore? Come mai i sindacati non fanno il diavolo a quattro? Non si tratta forse di discriminazione razziale contro gli italiani?

Una domanda che ci siamo posti nello svolgere questa indagine è quella relativa alla provenienza de denaro necessario ai cinesi per rilevare le aziende e le attività commerciali in crisi. Quello che ci stupiva infatti erano le modalità di acquisto delle aziende da parte di cittadini cinesi che all’apparenza non potevano avere i fondi necessari per presentarsi all’atto dell’acquisto con valigie piene di contanti. Addirittura ci riferiscono che ci sono cittadini cinesi che girano per i paesini con al seguito grandi cifre in contanti e che propongono sistematicamente a tutti i commercianti l’acquisto delle loro attività mettendo sul tavolo montagne di contanti. E così, tra mille difficoltà, abbiamo scoperto che a Pechino esiste un ufficio governativo che elargisce denaro a fondo perduto ai cittadini cinesi che vogliono acquistare attività commerciali o produttive in altri Paesi. Tra di loro vi sono veri e propri “mediatori” che dispongono di un budget pressoché illimitato il cui compito è quello di cercare attività commerciali, acquistarle e poi cederle a cittadini cinesi con regolare permesso di soggiorno in Italia o in altri paesi. Insomma, veri e propri rappresentanti governativi in suolo straniero. Compito di queste persone è quello di prendere fette di mercato da destinare esclusivamente ai cittadini cinesi. Una vera e propria colonizzazione capillare della microeconomia di Paesi stranieri che però non comporta alcun vantaggio per il sistema economico dei Paesi “ospiti” ma che, al contrario, lo mette in ginocchio così come sta avvenendo al comparto del tessile di Prato.

Quello che chiediamo allo Stato Italiano è di provvedere a controlli capillari delle attività delle ditte cinesi, di controllare che rispettino gli standard di assunzione del personale vigenti in Italia, che rispettino le tariffe sindacali e gli orari di lavoro previsti dallo statuto dei lavoratori e soprattutto che finisca immediatamente qualsiasi forma di discriminazione verso il personale non cinese. In un momento di crisi come quello che sta attraversando l’Italia e il mondo intero, non si può permettere a chi, come i cinesi, detiene la più grande cassa di contanti al mondo, di prendere il controllo della microeconomia mettendo in ginocchio le attività autoctone con atti palesemente illegali e di concorrenza sleale favorita da una assoluta impunità. Chiediamo cioè che quelle leggi valide per gli italiani siano valide anche per i cinesi. Se così non sarà prepariamoci a vedere altre Prato in giro per l’Italia con migliaia di operai a casa e centinaia di ditte fallite o in mano ai cinesi.

Antonio Balducci

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  • Mio padre è una delle tante vittime dell’esproprio cinese di Prato e nessuno lo ha mai aiutato. Si è rivolto ai sindacati quando è stato buttato fuori dopo 40 anni di lavoro dalla ditta dove lavorava e gli hanno detto che lo potevano fare. La CGIL non ha mai fatto un passo contro la discriminazione che c’è verso i lavoratori italiani. Forse perché quelle ditte sono tutte clienti loro…. Grazie di averne parlato
    Marco