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Strage di Lampedusa un anno dopo: dove sono le vere colpe

Due giorni fa si è commemorata la strage di Lampedusa dove persero la vita 366 migranti, una strage che poi diede il via alla dannosissima operazione “mare nostrum”, una sorta di traghettamento di clandestini che non ha precedenti, qualcosa che si avvicina parecchio a quello che un mio caro amico ha definito “operazione espiazione”, una sorta di risarcimento danni per quelle morti, come se fossimo noi i responsabili di quella immane tragedia.

A parte i soliti beoti che vogliono indire la “giornata della memoria” per quella tragedia paragonando quella che è senza dubbio un bruttissima pagina con la Shoah, sulle responsabilità di quel naufragio e di tante altre stragi, comprese quelle silenziose che avvengono nel Sahara e di cui non si sa nulla (secondo alcuni i morti nel deserto sarebbero molti di più di quelli del Mediterraneo), ci sarebbe parecchio da dire.

Prima di tutto l’assurda decisione di abbandonare quasi totalmente la politica di cooperazione allo sviluppo, l’unica in grado di fornire a questa massa di disperati un valido motivo per rimanere a casa loro senza andare a cercare la morte in traversate del Sahara prima e del Mediterraneo poi. Ho già parlato di questa cosa e più vado avanti e più mi convinco che la scelta sia stata deliberata semplicemente perché a certe organizzazioni “umanitarie” rende molto di più una politica emergenziale di quanto non renda una politica di cooperazione e sviluppo.

Il secondo motivo sarà per parecchi paradossale perché è l’abbandono da parte dell’occidente del colonialismo. Cioè, ed è un mio pensiero, è esattamente il contrario di quello che in molti vanno dicendo accusando le politiche colonialiste occidentali di tutti i mali dell’Africa e dei Paesi in via di Sviluppo. Da quando diversi anni fa l’occidente ha abbandonato le sue politiche colonialiste l’Africa e con essa molti PVS hanno visto solo peggiorare la situazione, sono stati dilaniati da guerre intestine, la povertà ha preso il sopravvento a discapito dello sviluppo. Gli unici Paesi a registrare uno sviluppo accettabile sono quelli che in qualche modo sono rimasti sotto l’ombrello colonialista. In Africa l’Uganda, l’Etiopia, il Sudafrica, il Kenya, lo Zambia e pochi altri, in Asia l’India e gli altri rimasti sotto l’influenza inglese (nonostante le apparenze). Insomma, dove il colonialismo è rimasto pur adeguandosi ai cambiamenti sociali i paesi crescono. Dove il colonialismo è stato “espulso” come in Zimbabwe (per fare l’esempio più eclatante) la povertà è aumentata a dismisura e lo sviluppo si è bloccato se non addirittura regredito. Questa è una conseguenza (o in alcuni casi la causa) di quell’abbandono della politica della cooperazione allo sviluppo di cui parlavo prima. L’assurdo è che i più ferventi contestatori del colonialismo occidentali vengono tutti dal mondo delle organizzazioni “umanitarie”, le stesse che oggi stanno “giovando” di questa enorme emergenza umanitaria.

E’ vero, ci sono i conflitti, i cambiamenti climatici e tutti gli altri motivi globali a dare una spinta a questa enorme massa di disperati, ma alla base c’è sempre quell’errore politico di voler abbandonare questi paesi al loro destino, il non voler interferire nelle politiche interne o il farlo in maniera totalmente sbagliata.

La domanda che dobbiamo porci è la seguente: se io vado in un Paese in via di Sviluppo ad insegnare come lavorare la terra, come sfruttare le risorse, come decentralizzare il potere, sono o non sono un colonialista? Per molti lo sono ma almeno il mio è un colonialismo utile. Molti invece, per non essere colonialisti (o giudicati tali), hanno scelto di abbandonare questi paesi al loro destino. E secondo voi è la scelta giusta?

Tornando alla tragedia di Lampedusa in molti, troppi, si sono affrettati a dare la colpa all’occidente per non aver salvato quei poveracci in mare, ma nessuno che abbia dato la colpa all’occidente per aver impedito che quelle persone partissero dalle loro case. Perché il problema è questo e non il soccorso in mare. Le nostre vere colpe sono quelle di averli costretti ad attraversare il Sahara (dove in chissà quanti sono morti), di averli costretti ad affidarsi ai trafficanti di esseri umani e di averli imbarcati (almeno virtualmente) su quei barconi fatiscenti. E’ questa la madre di tutti i nostri sbagli, non evitare di soccorrerli in mare. E a quell’errore ci abbiamo messo l’asso di briscola della operazione “mare nostrum” come a voler compensare le nostre mancanze con un ulteriore clamoroso errore.

Questi sono disperati, sono le vittime, non sono invasori come li chiama qualcuno. Ci saranno certamente tra di loro delinquenti, profittatori e persino terroristi, ma la maggioranza sono veramente disperati e figli dei nostri errori politici. E’ arrivato il momento di fermare tutto questo, è il momento di impedire a questi disperati di partire da casa loro, è il momento di tornare velocemente alle politiche di cooperazione allo sviluppo. Certo, qualche sanguisuga “umanitaria” non sarà d’accordo, ma è l’unica soluzione per fermare “l’invasione”.