Secondo Protocollo

Sud Sudan: non solo petrolio, anche islam contro cristianesimo

Prima di tutto una buona notizia: il Sud Sudan con un grande gesto di responsabilità ha deciso di ritirare le sue truppe da Panthou (Heglig). Questo in risposta agli appelli dell’Onu e dei leader mondiali anche se il Governo di Juba ha affermato che “Panthou (Heglig) rimane parte integrante della Repubblica del Sud Sudan”. Questo dovrebbe riuscire, almeno in parte, a stemperare le tensioni che negli ultimi giorni si erano concentrate intorno a quel sito. Tuttavia la situazione resta tesissima e Khartoum ancora solo ieri ha minacciato guerra totale con il Sud Sudan. 

La situazione sul terreno  resta comunque molto grave con i due eserciti del Sudan e del Sud Sudan che si fronteggiano drammaticamente vicini. Khartoum continua a bombardare con i suoi aerei i villaggi sud sudanesi e gli snodi chiave, mentre migliaia di persone sono in fuga dall’area e si riversano ne campi profughi allestiti in tutta fretta in Sud Sudan. Sembra di rivedere le prime fasi della guerra in Darfur è il criminale di guerra Omar al-Bashir si sta comportando esattamente come in quella occasione.

Il problema ora è capire cosa vuole fare esattamente il dittatore sudanese ricercato dal Tribunale Penale Internazionale per crimini contro l’umanità. Una cosa sembra certa. Il Sudan continua a ricevere grandi quantità di armi e di pezzi di ricambio per gli aerei nonostante l’embargo imposto dall’Onu. A dare le armi al Sudan ci sono un po’ tutti, dall’Arabia Saudita all’Iran passando per gli Emirati Arabi Uniti e per l’Eritrea. Agli arabi (Arabia ed Emirati spalleggiati dalla Lega Araba)non è andata giù che una parte importante di territorio sudanese ricchissimo di petrolio sia passato sotto controllo cristiano (il primo pezzo di terra strappato agli arabi dai cristiani) e quindi fanno pressione su Khartoum perché se lo riprenda. I persiani (l’Iran) cercano di minare un alleato strategico di Israele in Africa e per questo armano il criminale Bashir sperando che riconquistando il Sud Sudan possa fare un danno a Israele. E poi anche a loro non va affatto giù che un nugolo di cristiani abbia portato via una terra così ricca agli islamici.

Parlare quindi di guerra per il petrolio e di guerra religiosa non è affatto sbagliato, né per un caso, né per l’altro perché petrolio e religione in Sud Sudan si intrecciano pericolosamente. Non solo, i fattori geopolitici con il conflitto a bassa intensità tra Israele e Iran si spingono fino a queste terre bagnate dal Nilo Azzurro e anche questo contribuisce a creare una fortissima pressione in quest’area di fondamentale importanza. Non è un caso che i media vicini al regime degli Ayatollah ultimamente abbiano iniziato ad interessarsi delle vicende sud-sudanesi.

Il mondo civile sta cercando in tutti i modi di scongiurare un nuovo conflitto tra Sudan e Sud Sudan, ma le fortissime pressioni da parte del mondo islamico su Khartoum stanno avendo la meglio sulla ragione. Oggettivamente non c’è di che essere ottimisti. Come già detto le mosse del criminale internazionale Bashir stanno ricalcando esattamente quelle a suo tempo fatte in Darfur e la strada verso la guerra è praticamente spalancata. Solo se il mondo civile e libero decidesse di non lasciare solo il Sud Sudan e di appoggiarlo apertamente si potrebbe fermare il prossimo massacro ordinato da Omar al-Bashir, ma non so se il mondo libero è pronto per schierarsi almeno una volta contro la prepotenza islamica.

Claudia Colombo

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