Sudan: situazione molto complessa. Facciamo il punto

La situazione in Sudan nel periodo pre-elettorale è sempre più confusa e complessa, difficile da analizzare persino per gli analisti più esperti. Per questo crediamo che sia il caso di fare il punto della situazione anche se bisogna dire che gli eventi sono assolutamente imprevedibili. Quello che è certo oggi non lo può essere domani.

Partiamo da una premessa e dal perché si è arrivati alle prime elezioni nazionali dalla presa del potere di Omar Al-Bashir. Quando nel 2005 finì la guerra tra il nord musulmano e il sud cristiano-animista venne siglato a Nairobi un accordo di pace molto dettagliato denominato Comprehensive Peace Agreement (CPA) nel quale, tra le altre cose, veniva decisa la divisione del potere tra il National Congress Party (NCP), cioè il partito di Bashir al potere, e il Sudan People’s Liberation Movement (SPLM), cioè il movimento del Sud Sudan. Non staremo a spiegare le complesse alchimie della divisione dei poteri tra nord e sud che tra le altre cose prevedevano una certa autonomia del Sud Sudan, fatto sta che già da allora vennero decise due date importanti. La prima era quella di aprile 2010 per le prime elezioni nazionali dell’era Bashir, mentre la seconda era quella di gennaio 2011 per il referendum che avrebbe dovuto decidere l’eventuale secessione del Sud Sudan e quindi la formazione di uno Stato indipendente.

Da allora, cioè da quando è stato firmato il CPA, sono successe molte cose in Sudan, prima tra tutte la misteriosa morte in un incidente aereo di John Garang, capo assoluto del SPLM, morte che ha indebolito non poco il movimento sudista nonostante Salva Kiir ne abbia preso subito il posto pur non avendo lo stesso carisma di Garang. Poi c’è stata l’esplosione della guerra in Darfur, trasformata da una guerra locale a un conflitto regionale con diverse potenze a soffiare sul fuoco o a parteggiare per l’una o l’altra parte. Non sono poi mancate le tensioni per il controllo delle regioni ricche di petrolio come i Monti Nuba o la regione di Abyei, tensioni che più di una volta hanno fatto temere la ripresa della guerra tra nord e sud.

Ed è proprio il controllo dei Monti Nuba e della regione di Abyei a destare maggiormente preoccupazione. Un tribunale internazionale ha dato il controllo di quelle regioni a Khartoum, ma allo stato attuale è il Sudan People’s Liberation Movement a controllare anche con una presenza militare importante. La popolazione, in prevalenza di etnia Nuba e Nur, sebbene in parte di fede musulmana, durante la guerra ha combattuto con il Sud Sudan e con loro credeva di aver ottenuto l’indipendenza da Khartoum. La decisione del tribunale internazionale ha rovinato tutto e oggi si ritrovano a dover aspettare l’esito del referendum del 2011 sapendo che la quasi scontata secessione del sud consegnerà le loro terre al nord arabo, cioè avverrà l’esatto contrario di quello per cui hanno combattuto per oltre venti anni. Chiaro che faranno di tutto affinché ciò non avvenga, il che è motivo di fortissima tensione. Negli ultimi mesi quelle aree (Kordofan meridionale) sono state teatro di diversi scontri a fuoco che hanno visto da una parte i pastori arabi (una sorta di janjaweed) rivendicare le fertili terre coltivate dai Nuba e dai Nur e dall’altra questi ultimi che sentono loro la terra per cui hanno combattuto per oltre venti anni. Sotto c’è soprattutto il controllo dei ricchissimi campi petroliferi pretesi da Khartoum, ma la cosa molto spesso viene descritta come un micro-conflitto etnico, cosa questa che giustifica gli interventi dell’esercito sudanese da una parte e dell’esercito del Sud Sudan (Sudan People’s Liberation Army) dall’altra con la conseguenza, molto rischiosa, di un pericoloso faccia a faccia tra due eserciti molto ben armati.

Questa area di tensione ha portato molti politici mondiali a sposare la tesi di Omar Al-Bashir che vorrebbe rimandare a tempo indeterminato il referendum per la secessione del Sud Sudan concentrandosi invece sulla democratizzazione del “Sudan unito” che uscirà dalle elezioni del prossimo aprile. Anzi, negli ultimi giorni si sta facendo largo l’ipotesi di rinviare le elezioni a novembre per permettere ai ribelli JEM del Darfur di partecipare alla tornata elettorale. La cosa è stata posta come condizione proprio dal JEM per firmare il trattato di pace con Khartoum. Questo chiaramente non sta bene al Sudan People’s Liberation Movement che in merito alla questione delle priorità è stato chiarissimo: per il Sud Sudan la priorità è il referendum e non le elezioni nazionali a prescindere da quando queste si svolgeranno. Quindi, elezioni o no, il referendum si terrà a gennaio 2011.

Resta chiaramente aperta la questione di Abyei e dei Monti Nuba. Non è ben chiaro cosa intenda fare il Sudan Meridionale una volta ottenuta la tanto sospirata indipendenza da Khartoum. Negli ultimi giorni si è parlato della possibilità che il Kordofan meridionale ottenga uno statuto speciale, ma Khartoum si oppone fermamente a questa eventualità tanto da far pensare a molti che i Monti Nuba diverranno il prossimo Darfur.

La questione ora si gioca tutto tra Khartoum e Juba. Un aiuto insperato al Sud Sudan è arrivato dalla cosiddetta “Juba Conference”, un gruppo politico di opposizione a Bashir che ha preso il nome dalla conferenza tenutasi mesi fa nella capitale del Sudan Meridionale. In cambio dell’appoggio del SPLM alle elezioni nazionali il Juba Conference garantirebbe uno statuto speciale per il Kordofan meridionale pur non rinunciando al controllo dei campi petroliferi. La cosa potrebbe disinnescare la bomba Kordofan, ma pensiamo che Bashir non lascerà il potere tanto facilmente per cui al momento la cosa è solo un lontano miraggio.

Come si può vedere la situazione in Sudan è tutt’altro che tranquilla e ogni giorno che passa gli intrecci si fanno sempre più fitti. Negli ultimi giorni, per esempio, c’è stato il prepotente ritorno dell’influente Hassan Al-Turabi che attraverso il JEM è riuscito a porre le proprie condizioni al Governo di Khartoum, condizioni accettate proprio perché farebbero il gioco di Bashir. Ebbene, Turabi è stato uno dei promotori del Juba Conference. Una chiara inversione di marcia di uno degli uomini più influenti (nel bene o nel male) del Sudan che non lascia presagire nulla di buono. Noi continueremo a monitorare la situazione giorno per giorno cercando di contribuire nel limite del possibile a rendere chiara la situazione del Sudan a chi è interessato a questo importantissimo e grande paese africano.

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