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Sviluppatori di odio

La sclerosi multipla mi ha insegnato due cose: che non c’è una via breve per affrontare i problemi e che per affrontarli ci vuole calma e sangue freddo, raziocinio. Mi ha insegnato a dosare gli sforzi, a essere paziente, ad ascoltare molto di più e con attenzione quello che gli altri hanno da dire prima di dire la mia.

Così questa mattina un commento di una ragazza appena 18enne mi ha fatto riflettere parecchio. Premesso che non so chi sia la ragazza né se sia veramente così giovane, cioè potrebbe benissimo essere un ottantenne. Non lo so. Fatto sta che quel commento mi ha colpito, non per quello che dice ma perché mi ha fatto riflettere sulle nuove generazioni e su come esse ragionino.

Voglio uscire per un momento dall’annoso conflitto israelo-palestinese e pensare più “in grande”, più a livello globale. Mi guardo intorno e francamente devo dire che se 15 anni fa mi avessero detto che nel 2014 (quasi 2015) avremmo avuto un quadro internazionale di tale portata mi sarei messo a ridere. Erano gli anni del nuovo millennio e ancora non c’era stato l’11 settembre. Nelle riunioni si parlava di “cooperazione allo sviluppo”, un termine che oggi si è completamente dimenticato a forza di stare dietro alle emergenze. Ecco, “emergenza” era un altro termine usato di frequente quando si parlava di cooperazione allo sviluppo, ma solo perché si studiavano sistemi di cooperazione allo sviluppo come conseguenza della soluzione di una emergenza. Quando finalmente in Italia si introdusse la laurea breve in cooperazione (non ricordo come si chiama esattamente) agli studenti si insegnava questo, cioè che una emergenza è tale se non dura più di 24 mesi (l’ideale sarebbe 12 a mio modesto avviso), poi la situazione diventa cronica ed è difficile riuscire ad implementare un progetto di sviluppo, per cui le emergenze vanno risolte entro e non oltre quel periodo. Lo insegnavano anche agli stage della UNHCR che pure di emergenze ci campano (se lo ricorderà la Boldrini che mi pare lo scrisse anche in un libro o in un fascicolo, non ricordo). Fatto sta che la cosa funzionava anche se pure allora c’erano situazioni croniche, come quella in RD Congo, in Sud Sudan e, con alti e bassi, in Nord Uganda (solo per citarne alcune). Anche allora c’era la questione palestinese già cronica da un bel po’, ma nel 1993 si erano firmati gli Accordi di Oslo e c’era un certo ottimismo (ancora).

Perché dico questo? Perché faccio un collegamento a quel commento con quello che accadeva 15 anni fa? Perché quel commento è la prova provata che le persone della mia generazione hanno fallito, non sono riuscite a imprimere nei giovani l’idea di poter cambiare in meglio il mondo attraverso la cultura, il lavoro, la pace, la cooperazione e lo sviluppo. Volevamo creare una generazione di pacificatori, di negoziatori e di portatori di sviluppo e invece abbiamo creato dei mostri che vivono di odio e di menzogne storiche.

Non è solo quel commento, mi basta fare un giro sui social media per rendermi conto di questo. E vale per tutto, dalla politica interna a quella estera. E non se ne vede la fine, anzi, la situazione peggiora giorno dopo giorno.

Non so cosa francamente insegnino nelle scuole, non so come adesso facciano i corsi di laurea breve in cooperazione, ma a naso stanno inculcando concetti sbagliatissimi, stanno creando degli sviluppatori d’odio. Non mi riferisco a qualche cooperante improvvisato che si crede uno storico, no, mi riferisco a coloro che dovrebbero essere preparati, che dovrebbero conoscere la differenza che c’è tra sviluppo e mantenimento delle emergenze a tempo indeterminato, mi riferisco a persone anche colte (o presunte tali) che dietro a un presunto umanesimo nascondono un vulcano di odio.

E più vado avanti più mi rendo conto che la colpa di tutto questo sia solo nostra, delle mia generazione.