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Sviluppo africano: una vecchia intervista ancora attuale

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“I poveri non sono mendicanti. Non hanno bisogno dell’elemosina e non vanno trasformati in vittime. Bisogna aiutare l’Africa a creare il proprio sviluppo”. A pronunciare queste parole non è stata una persona qualsiasi ma Rigoberta Menchù, attivista guatemalteca e Premio Nobel per la pace nel 1992.

Ho ritrovato per caso una vecchia intervista fatta proprio a Rigoberta Menchù nel giugno 2007 e pubblicata nel 2007 sul primissimo sito di Secondo Protocollo e non ho potuto fare a meno di notare quanto quelle parole a distanza di tanti anni siano ancora più che attuali. Ne riporto il contenuto perché è veramente interessante soprattutto quando la Menchù parla del ruolo delle ONG in Africa e invito a riflettere attentamente i cultori dell’aiuto umanitario basato sull’assistenzialismo, ma soprattutto invito a fare una riflessione sul perché oggi ci ritroviamo con una massa di disperati sulle coste del nord Africa in fuga da guerre, fame e miseria.

Molti esperti di Africa come Latouche ritengono che «il semplice aiuto umanitario allunghi l’agonia dell’Africa», occidentalizzandola. Lei cosa ne pensa?

«Sono d’accordo. Non è sufficiente regalare fondi per il mio paese o per il continente africano, è necessario rafforzare le organizzazioni locali, è importante dare dignità alle persone che vivono lì. Non esiste una ricchezza sufficiente a dare assistenza a tutti i poveri del mondo. Inoltre, si creerebbe una dipendenza che trasforma la popolazione in vittime. E non è opportuno convertire un popolo in vittime. Questo è quello che abbiamo vissuto anche noi. Sentirsi vittime elimina l’autostima, distrugge la leadership locale, le persone perdono la loro cultura e non valorizzano il loro patrimonio spirituale e culturale. Non bisogna limitarsi all’assistenza: i poveri non sono mendicanti. Devono mantenere la loro dignità. C’è un altro aspetto, poi, che normalmente non si considera. I governanti che ci sono in questi paesi, spesso sono caratterizzati da corruzione, anche se a volte vengono definiti “democratici”. Il sistema elettorale è in crisi in Africa. Si discute molto, a livello mondiale, sulle proteste, le marce, gli scioperi. Alcuni pensano che questi strumenti possono debilitare lo Stato e la governabilità. Ma anche bloccare l’iniziativa di un popolo vuol dire limitare la governabilità, visto che prima o poi i problemi esplodono. Bisogna appoggiare i popoli perché rafforzino le loro iniziative di protesta e non bisogna limitarle».

Se non soltanto l’assistenza, come intervenire allora nella tragedia africana? E qual è il ruolo che possono avere le Ong?

«Bisogna avere un equilibrio tra l’aiuto ufficiale e l’aiuto non governativo. Dobbiamo rafforzare la leadership e le organizzazioni locali. E le Ong possono essere un ostacolo, quando queste ultime si sostituiscono agli attori locali. C’è il rischio che le Ong portino settarismo, divisione e si trasformino in intermediari. E questi ultimi che siano governativi o non governativi sono negativi. Dobbiamo tornare ad avere un equilibrio, è l’unica possibilità per ottenere l’approvazione della comunità locale».

Il ruolo delle missioni cattoliche?

«Devono rispettare le culture. Un errore molto grave commesso dalla Chiesa cattolica è stato quello di omogeneizzare le persone, un fenomeno negativo da tutti i punti di vista, poiché vuol dire andare contro la natura umana, contro la diversità. Quindi è il momento che la Chiesa rispetti le differenza culturali, linguistiche ma anche la spiritualità delle persone. Altrimenti continuano ad essere dei colonizzatori».

L’Africa è devastata dall’Aids. Ma i brevetti dei farmaci impediscono la produzione di farmaci generici. Gli altri sono cari. Come uscirne?

«Credo che il tema dei brevetti è interessantissimo. L’Aids e le gravi malattie sono state trasformate in un business per le multinazionali. Invece di democratizzare il prezzo delle medicine, queste diventano sempre più care. Si tratta di una contraddizione rispetto alla preservazione della vita. Alcune multinazionali chiedono soldi per la ricerca e trasformano il farmaco in uno strumento di profitto. Ma se si democratizzasse l’uso della scienza medica, tutti i malati avrebbero accesso ai farmaci. Abbiamo 100 farmacie in Guatemala che vendono farmaci generici: più riusciamo a far utilizzare generici e più i prezzi si riducono. Si guadagna ugualmente anche se i prezzi sono inferiori perché se ne vendono una maggiore quantità. Purtroppo con il pretesto dei costi di ricerca si lucra sulla vita umana».