Terrorismo islamico, una vera macchina da business

Molte persone hanno una visione sbagliata del terrorismo islamico internazionale, lo immaginano come una specie di setta di fanatici pronti a tutto per il loro ideale. In realtà il terrorismo internazionale è molto più simile a una corporation impostata sul business.

A screen grab from an al-Qaeda video shows a boy brandishing a gunUna delle migliori guide al terrorismo islamico è senza dubbio l’insieme delle linee guida adottate dallo Shin Bet, l’antiterrorismo israeliano. Tra quelle righe c’è l’esatta spiegazione di cosa sia il terrorismo islamico internazionale e di come agisca.

Gli esperti dello Shin Bet spiegano che una organizzazione terroristica agisce esattamente come fanno le grandi corporation internazionali o, meglio ancora, come fanno i cartelli della droga, cioè tutto è indirizzato a fare business e introiti di denaro.

Occorre però fare distinzione tra l’organizzazione terroristica vera e propria con quella che è la “manovalanza”, cioè con il terrorista votato al martirio e che porta a termine gli ordini dei vertici, cioè l’atto terroristico vero e proprio. Quest’ultimo, benché non sia scorretto definirlo “appartenente ad una organizzazione terroristica” (per esempio Al Qaeda) in realtà è solo la parte finale del meccanismo. A monte c’è tutta una organizzazione, spesso occulta, che si occupa di tutto, dall’organizzare la raccolta fondi alla preparazione dello shaid (il martire) che spesso viene “indirizzato” da piccolissimo facendogli frequentare le scuole islamiche.

Come esempio della “perfetta organizzazione terroristica islamica” lo Shin Bet cita Hamas e l’organizzazione della Fratellanza Musulmana. Gli esperti dell’antiterrorismo israeliani spiegano che “a livello di day-by-day ogni gruppo terrorista è prima di tutto una organizzazione finanziaria che spende buona parte del suo tempo a reperire i fondi necessari all’organizzazione stessa”. Nel caso di Hamas, per esempio, i terroristi che controllano la Striscia di Gaza hanno messo in piedi un business che assomiglia moltissimo a una organizzazione mafiosa che con una struttura verticistica controlla e gestisce praticamente tutto quello che avviene a Gaza. Una parte importante della struttura che necessita di continui finanziamenti è quella che riguarda la formazione della futura mano d’opera, gli shaid di domani. Qui Hamas non bada a spese e ha messo in piedi un sistema scolastico completamente incentrato sulla divulgazione delle idee del gruppo terrorista e sul suo odio viscerale nei confronti di Israele. Altri soldi servono per il pagamento delle forze di sicurezza, delle rappresentanze all’estero. Poi ci sono le officine per la produzione di missili, l’acquisto di armi, degli esplosivi ecc. ecc. Ebbene, tutta questa macchina gira perché alla fase c’è un formidabile sistema di business.

Ancora più eclatante è il sistema di Hezbollah. I terroristi libanesi hanno addirittura creato un loro cartello internazionale della droga e del crimine organizzato per mantenere in piedi la loro possente struttura.

Questo concetto può essere trasferito a qualsiasi gruppo terrorista islamico, dai talebani agli Shabaab somali. Tutto il meccanismo gira su una struttura di business collaudata e perfettamente funzionante che cura ogni singolo aspetto sia del business che degli aspetti correlati, dalla formazione dei giovani martiri alla ricompensa alle loro famiglie, dalle leggi del “clan” alla loro spietata applicazione.

Interrompere questo immenso flusso di denaro vorrebbe dire quindi inceppare la macchina del terrorismo islamico internazionale. Solo che non è così facile come sembra. Fatta eccezione per Hamas (decisamente localizzato), molte delle attività finanziarie del terrorismo islamico internazionale si celano dietro ad attività all’apparenza legali che molto spesso usano la fitta rete “umanitaria” delle cosiddette “banche islamiche” (di cui parlerò approfonditamente in un altro articolo) oppure canali perfettamente legali con l’uso di società di comodo difficili da scoprire, anche perché molto spesso riconducibili a Stati o Governi. Negli ultimi due anni, per esempio, gli Stati Uniti sono riusciti a smantellare una rete di aziende perfettamente legali e insospettabili (c’era persino un venditore di automobili) che faceva capo a Hezbollah e che faceva girare centinaia di milioni di dollari frutto delle attività illecite in Sud America (buona parte provenienti dal traffico di cocaina). Ma è solo una goccia nell’oceano. E l’impossibilità per le autorità americane di accedere ai conti della banche islamiche ha fatto il resto.

Quindi, quando parliamo di terrorismo islamico internazionale, smettiamola di immaginarci un gruppo di fanatici nascosti in una grotta oppure di pensare che dietro a un kamikaze ci siano solo ideologie estremiste. Dietro c’è tutto un sistema complesso di business che ha permesso di inculcare nella testa di quel kamikaze quelle ideologie che lo hanno portato a farsi esplodere in mezzo a quelli che lui considerava nemici. E’ un lungo e complesso cammino difficile da districare, ma non impossibile. Certo,ci vorrebbe che l’occidente si svegliasse e invece di fare affari con i terroristi li combattesse proprio sull’unico terreno che potrebbe fermarli, quello del business. Ci vorrebbe però che le agenzie occidentali si decidessero ad applicare la “teoria Falcone” cioè “segui il denaro”. Ma in fondo “business is business” e a ben guardare l’industria del terrorismo islamico è l’unica che non conosce crisi e se a mangiarci sono anche gli occidentali, chi diavolo glielo fa fare di fermare questa macchina da soldi?

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