Secondo Protocollo

Web e regimi: la diffusione del “metodo iraniano” per controllare l’informazione (inchiesta)

La guerra della informazione di fa sempre di più sul Web. Questa non è una novità. Quello che invece è una novità è che l’informazione sia diventata un mezzo per fare la guerra. I primi a capirlo sono stati i principali regimi mondiali, da quello iraniano a quelli cinese e russo per finire con quello venezuelano. Del web usato a fini democratici come nel caso dell’organizzazione delle cosiddette  “primavere arabe” non vi è più traccia, se mai c’è stata.

La nostra piccola inchiesta parte proprio da questo, cioè dal web (la rete) usata per organizzare grandi manifestazioni di protesta contro i regimi oppressivi. I primi a farne largo uso furono i ragazzi iraniani all’indomani della rielezione farlocca del sanguinario dittatore, Mahmud Ahmadinejad. In quel caso il regime fu colto di sorpresa, ma seppe reagire con una certa velocità non solo interdicendo internet alle opposizioni ma creando a sua volta una apposita rete di sostenitori del regime (ne parleremo nel dettaglio più avanti nell’articolo) che in poco tempo ha assunto dimensioni planetarie. Il “sistema iraniano” (si chiama Velayat Madaran e, come detto, ne parleremo in seguito) venne in breve clonato da altri regimi, primo tra tutti quelle venezuelano di Hugo Chavez, poi da quello russo e infine da quello cinese. Non solo i peggiori regimi mondiali capirono che Internet poteva essere una minaccia ma lo trasformarono in breve tempo in una vera e propria arma, potentissima in quanto universale e in crescente ascesa anche come mezzo di informazione e, soprattutto, di controinformazione. Poi vennero le cosiddette “primavere arabe” e anche allora i giovani usarono i social network per organizzare le prime proteste, ma anche in quel caso nel volgere di poco tempo ad approfittarne furono altri attori che, usando lo stesso metodo iraniano, in poco tempo trasformarono le “primavere arabe” in “inverni islamisti”. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Il metodo iraniano – I primi a capire veramente l’importanza della informazione e della controinformazione, spesso condita da vere e proprie menzogne, sono stati i movimenti filo-palestinesi, ma i primi ad inventarsi un vero e proprio metodo di controinformazione sono stati gli iraniani. Quando il regime iraniano capì che i giovani usavano la rete per organizzare manifestazioni e per diffondere in tutto il mondo le crudeltà del regime (tutti abbiamo negli occhi i video delle repressioni, l’assassinio di Neda ecc. ecc.) decise di volgere a suo favore questa formidabile arma e creò l’unità Velayat Madaran (seguaci del leader), un vero e proprio esercito di blogger e di internauti che avevano il compito di intervenire su siti web, forum e pizze virtuali dove si parlava di Iran e diffondere, usando massicciamente false notizie e falsi scoop, le “ragioni del regime”. Il “gruppo” si allargò a macchia d’olio in quanto trovò terreno fertile in occidente dove di certo non mancavano blogger pro-regime e, più che altro, antisionisti. Così ben presto i giovani iraniani e le loro ragioni vennero oscurati da una mole impressionante di false notizie che arrivarono a mettere in dubbio persino video come quello della morte di Neda e a descrivere i giovani iraniani come dei terroristi.

Nel volgere di pochi mesi, visti i risultati, il “metodo iraniano” venne copiato da altri regimi. Il primo fu Hugo Chavez che solo pochi giorni dopo aver attaccato i social network descrivendoli come “metodo di terrorismo”, ci ripensò e creò una unità simile a quella iraniana, aprì un profilo sui maggiori social network e ordinò di creare una vera e propria rete di sostenitori che attaccassero in rete i contestatori del regime. Dopo Chavez fu la volta della Russia che già poteva contare su una formidabile macchina di propaganda messa in piedi ai tempi di Putin (primo mandato) da Konstantin Rykov (russia.ru e zaputina.ru) ma che si potenziò con una vera e propria “scuola di blogger” che nel volgere di poco tempo sfornò centinaia di blog e forum in tutto il mondo a sostegno del regime. Il “metodo iraniano” venne copiato anche dai cinesi, anche loro già in possesso di una potente macchina di propaganda. A Pechino venne così formata l’unità “50 cents party”, un vero esercito di blogger e utenti (circa 300 mila persone) che vengono pagati 50 centesimi a post (da qui il nome) per intervenire su forum e social network al fine di neutralizzare le critiche contro il regime cinese.

Oggi il “metodo iraniano” è ampiamente usato a livello globale non solo dall’Iran ma anche da altri regimi e gruppi terroristici (Hamas, Hezbollah, Jihad Islamica) oltre che dai gruppi filo-arabi e/o antisionisti. Persino in Italia c’è chi ha copiato il sistema iraniano (stando a quello che dice Michele Di Salvo su Beppe Grillo) confermando che, come dice Evgeny Morozov nel suo “The Net Delusion”, sono tanti gli “illusi della rete” i quali pensano che Internet sia l’espressione assoluta della libertà e della democrazia quando invece le manipolazioni di massa (tutt’altro che democratiche) sono all’ordine del giorno.

E qui torniamo all’argomento iniziale, cioè alla informazione (o controinformazione) usata come vera e propria arma da guerra. Lo vediamo ogni giorno quando in rete vengono diffuse false notizie, false fotografie e inventate incredibili “crisi umanitarie” allo scopo di attaccare Israele o altre democrazie occidentali. Certi personaggi, che non lo fanno solo per ideologia ma che probabilmente sono anche pagati, stanno dilagando in rete. Ogni giorno nascono nuovi gruppi, nuovi blog, nuovi forum che difendono i regimi, soprattutto, quelli islamici. Intervengono sui social network, nei commenti degli articoli, fanno da “guastatori” sui forum di discussione o su Facebook. Insomma, sono un esercito che usa la rete per diffondere l’odio. Ormai il “metodo iraniano” sta dilagando e metterci un argine con la diffusione della verità è sempre più difficile.

Adrian Niscemi